Annamaria Clementi | L’intervista alla Signora della Franciacorta

Ogni appassionato di vino, probabilmente, ne ha bevuto almeno una bottiglia. Perché l’Annamaria Clementi è l’etichetta di punta di una delle maison franciacortine più famose d’Italia, Ca’ del Bosco, nonché la bollicina made in Italy più costosa in assoluto: la versione Brut costa circa 90 euro in enoteca, quella Rosé 150 euro. Prezzi da champagne blasonati, insomma. I wine lover e tutti i sommelier sanno che Annamaria Clementi è il nome della madre del fondatore di Ca’ del Bosco, Maurizio Zanella (oggi anche presidente dell’Istituto di tutela del Franciacorta), e spesso credono sia un etichetta dedicata alla sua memoria. Ma non è così. Perché lei, Annamaria Clementi, nata a Bormio il 17 aprile del 1928, ha da poco spento 84 candeline ed è in grandissima forma, nonostante qualche acciacco dell’età e qualche problema di salute. Da un bel po’ di anni questa radiosa signora âge dal piglio da ventenne si è ritirata nella casa costruita dal marito Albano a Ossana, in Val di Sole, suo paese natio. Una casa in stile alpino, arredata con gusto, che Annamaria ama definire «il mio eremo» e che da cui proprio non ne vuole sapere di allontanarsi, cocciuta come un ariete (il suo segno zodiacale), anche se i figli e i nipoti, tutti stanziati in Franciacorta, non aspettano altro che averla con loro. «Non se ne parla, io sto bene qui, nella tranquillità di Ossana, tra le mie amate montagne», risponde Annamaria mentre con un gesto della mano motiva la sua scelta indicando il paesaggio che regalano le ampie vetrate di casa sua: la valle, i pendii, il giardino delimitato dagli steccati in legno, i boschi dove un tempo andava sempre per funghi con Albano, scomparso ormai 13 anni fa.

Nella cantina di Annamaria Clementi si trovano tutti i numero 1 delle annate del Franciacorta che porta il suo nome, anche se lei – sorpresa – di vino ne beve pochissimo e praticamente solo il Maurizio Zanella, ovvero un uvaggio rosso di gran classe.

Fatto sta, che le radici di una delle bollicine più note d’Italia e acerrime concorrenti dei TrentoDoc di casa nostra vengono ancora dal Trentino. Una storia che vale la pena ripercorrere, proprio in compagnia di Annamaria Clementi (AMC) e di suo figlio, monsieur Maurizio Zanella (MZ).

Signora Annamaria, ci racconta la sua storia?

AMC. Sono nata a Bormio,  seconda di tre figli, due femmine e, l’ultimo, un maschio. Ho perso mio padre molto presto, ho assistito alla guerra e per fortuna mia madre era una donna molto forte, capace di tenere testa a tutti, persino ai militari tedeschi…. Fino alla IV elementare ho vissuto a Bormio, poi sono stata mandata alle Marcelline di Bolzano: stavo lì tutto l’anno, tornavo a casa solo per le feste di Natale  e le vacanze estive. Mia madre aveva un albergo e noi fratelli, quando non eravamo a scuola, la aiutavamo nella sua attività. È stato a Bolzano che ho conosciuto mio marito Albano Zanella, che a quel tempo faceva lo spedizioniere. Tre mesi dopo il nostro primo incontro eravamo già sposati.

 

E poi?

AMC. Dopo due anni ci siamo trasferiti a Milano in cerca di fortuna. Maurizio aveva due anni. Eravamo talmente senza soldi, che quando è nata mia figlia Emanuela mio marito dovette chiedere all’amministratore del condominio dove abitavamo di usare la caparra dell’affitto per togliermi dalla clinica… A Milano Albano iniziò a vendere elettrodi per saldature e poi, con degli amici che lavoravano con lui – uno era di Bolzano – decise di fondale una ditta di trasporti internazionali, la Sitam. I primi soldi che guadagnò, me lo ricordo come fosse oggi, li usò per un investimento immobiliare. Albano aveva la mania del mattone e il caso volle che sul Corriere della Sera ci fosse un annuncio di vendita di un piccolo appezzamento di 2 ettari a Erbusco. Decidemmo di andare a vederlo.

 

Che anno era?

AMC. Il 1962. Oltre al terreno c’era una cascina soprannominata Ca’ del Bosc e il mezzadro era disposto a vendere per 3 milioni di lire. Andammo a vedere il posto con i nostri figli, Emanuela era molto piccola e io chiesi alla contadina un po’ di acqua per dissetarla: la vidi scendere in una botola nel pavimento per poi uscirne con una bottiglia di vino riempita dell’acqua piovana raccolta da vasche con dentro di tutto – rane, lucertole, insetti -   e poi filtrata con panni di lino e bollita. Era così che ottenevano l’acqua potabile a Ca’ del Bosc, perché a quei tempi non c’era né pozzo, né elettricità, né una strada per raggiungere la proprietà…

 

Come mai decideste di acquistare un luogo così?

AMC. Mio marito, infatti, inorridì. Fui io che me ne innamorai immediatamente: non so, era un luogo che aveva un fascino tutto suo… Così, la comprammo e la prima cosa che fece Albano fu costruire il pozzo, che costò più di quello che avevamo pagato la proprietà!

 

Quella doveva essere la vostra casa per i fine settimana?

AMC. In teoria, sì. Ma nel frattempo capitò un’occasione nella bergamasca, a Costa di Mezzate: vendevano un terreno abbastanza esteso coltivato a grano, anche lì con una cascina. Era tutta pianura e io credevo di morire, abituata alle montagne. Albano ristrutturò la casa e fece gestire l’appezzamento a una famiglia, con 12 figli, che fece trasferire dal Trentino. Sapeva che avevano problemi economici, così diede loro una casa e un lavoro.

 

Una persona di gran cuore.

AMC. Albano era molto dolce con me, aveva un gran cuore è vero, ma è anche sempre stato molto duro, rigido sul lavoro.

 

Quindi Costa di Mezzate divenne la vostra seconda casa?

AMC. Sì, lì ci andavamo il sabato e la domenica. Ca del Bosc’ in quel periodo fu abbandonata e mio marito voleva venderla: ma sulla collina dove oggi c’è la cantina io avevo deciso di fare la mia casa e gli vietai di vendere. Così, da Costa di Mezzate decidemmo di stabilirci a Erbusco. Ca’ del Bosc veniva gestita dalla famiglia Gandossi e noi tutti i sabati prendevamo il treno dalla stazione centrale di Milano e andavamo in Franciacorta. Maria Rosa Gandossi, figlia del fattore, oggi lavora in Ca’ del Bosco…

 

Ma la tenuta, però, era appena di 2 ettari. Come andarono le cose?

AMC. Mio marito aveva delle visuali molto ampie e decise di dare carta bianca al fattore, affidandogli un carnet di assegni, per comprare altra terra attorno a Ca’ del Bosc. Erano quasi tutti terreni a bosco, incolti o tenuti male, e spesso compravamo veramente a poche lire… Il sogno iniziale di Albano era quello di creare ad Erbusco una fattoria, dove si sarebbe prodotto frutta e allevato cavalli, vitelli, maiali.

MZ. Era pazzesco. Da un cavallo mio padre ne acquistava dieci, venti; da qualche vitello, poco dopo spuntava una mandria intera. Lui era così…

 

Niente vino?

AMC. Ma sì, anche un po’ di vino, ma certo non pensavamo che potesse essere il centro della nostra attività. Io sono praticamente astemia e mio marito beveva pochissimo. Anche mio figlio Maurizio non beve molto…

 

Maurizio Zanella annuisce condiscendente. E interviene. «Raggiunti i 10-15 ettari i miei genitori iniziarono a sistemare il terreno per piantare il frutteto e realizzare la fattoria. Fu allora, nel  che venne piantata anche la prima vigna a Ca’ del Bosc, per mano di Franco Ziliani, il patron delle cantine Guido Berlucchi».

 

Come mai?

MZ. I regali che i mio padre faceva a Natale per i suoi clienti erano acquistati da Berlucchi. Per questo gli venne naturale chiedere a Ziliani se per quell’ettaro scarso che aveva intenzione di coltivare a vigneto, si potesse occupare lui di piantargli un po’ di Pinot Bianco, di Pinot Nero e di Pinot Grigio, che a quel tempo era la quinta Doc d’Italia e si chiamava Franciacorta Pinot.

 

Come passate dall’idea della fattoria a quella di cantina?

AMC. Era il 1968 e Maurizio iniziava a manifestare, diciamo così, qualche problemino scolastico, vero Maurizio? – ammonisce con un sorriso il figlio – . Pensi che una volta gli diedi persino una zoccolata in faccia perché non studiava e per fare in modo che mio marito non si accorgesse del segno che gli avevo lasciato, lo vestii da cowboy…

MZ. Mamma che male, me lo ricordo ancora… Comunque nel 1968 e 1969 Milano era il fulcro della partecipazione attiva degli studenti. Quando frequentavo le scuole private ero di Lotta continua, poi, quando ero iscritto al Liceo Volta diventai comunista. Ma la scuola l’ho finita a Iseo, dove mi sono diplomato in Ragioneria, perché al Volta mi bocciarono due volte…

AMC. E ti abbiamo mandato anche  in Inghilterra a lavorare, per punizione!

 

Insomma, lei Maurizio se ne stava tutto solo a Iseo a frequentare Ragioneria, in attesa che arrivassero i suoi genitori nel week end?

MZ. Neanche per idea. Io stavo benissimo da solo e il fine settimana tornavo dalla fidanzatina a Milano, quindi praticamente non ci vedevamo mai la mia famiglia ed io.

 

Ma quando nacque l’amore per il vino?

MZ.  A 17 anni, per puro caso.

AMC. Le istituzioni bresciane, mi pare l’assessorato all’Agricoltura, avevano organizzato un viaggio-istruzione, a sfondo enologico, in Francia. Mio marito e io decidemmo di mandarci Maurizio.

 

Cosa andaste a visitare in Francia?

MZ. La prima cantina che visitammo fu Romanée Conti, in Borgogna (oggi è considerata la più prestigiosa cantina del mondo e quella con i vini più costosi di tutto il globo, ndr).  L’età media del gruppo con cui viaggiavo era 60 anni, tutti viticoltori e proprietari di cantine in Lombardia.  Arrivati davanti a Romanée Conti, ricordo che non volevo scendere: erano le 11 del mattino e io pensavo che questi erano pazzi a voler bere vino a quell’ora. Ovviamente, dovetti sempre scendere dal pullman e fare le degustazioni e per tutto il viaggio mi accorsi che i vignaioli lombardi continuavano a criticare: c’erano delle vecchine che facevano gli innesti a mano e loro invece – dicevano – erano più furbi perché li compravano in vivaio e costavano meno; in Francia avevano questi vigneti con le piante fitte fitte (circa 10mila a ettaro), cosa che costringeva a una vendemmia fatta tutta a mano, mentre in Lombardia si raccoglieva l’uva con il trattore; i francesi usavano le botti piccole, le barrique da 250 litri, mentre in Lombardia c’erano le vasche in cemento, vuoi mettere? Ecco, per tutto il viaggio sentii queste cose e, a un certo punto, mi si accese una lampadina.

 

Ovvero?

MZ. In Romanée Conti degustammo sei vini rossi e poi il loro bianco, il Montrachet, uno Chardonnay superiore, in termini degustativi, a tutti i loro vini rossi. E i miei compagni viticoltori criticarono anche questo. Io non capivo nulla di vino e ascoltavo, ma fui l’unico a chiedere di poter acquistare qualche bottiglia come souvenir. I signori della cantina mi dissero che avevano solo tre bottiglie da vendermi, e di seconda scelta: costavano, in termini attuali, circa 500 euro, e io in tasca avevo il corrispondente di oggi di 480 euro. Così mi rivolsi a uno dei miei compagni di viaggio per chiedere un prestito e poter comperare quelle bottiglie. Me li diede, senza sapere a cosa mi servissero, e una volta in pullman mi chiese spiegazioni. Tutti insorsero dandomi del pazzo e dicendomi che con qui soldi avrei comperato 300 delle loro bottiglie. E capii.

 

Comprese che era meglio produrre meno e vendere il vino a prezzi maggiori che viceversa.

MZ. Esatto. Il nostro viaggio proseguì anche in Champagne, visitammo molte cose interessanti e una volta tornato a casa andai a parlare con mio padre.

AMC. Tuo padre vide in te, per la prima volta, un’intuizione interessante…

MZ. Eh sì, mamma, del resto fino a quel momento avevo pensato solo ad andare in moto e a cazzeggiare… Vede, la mia fortuna, in quel viaggio in Francia, è stato essere vergine, non venire da una famiglia contadina e quindi non avere preconcetti o tradizioni che potessero influenzarmi. Del resto, in Lombardia si era figli di un’agricoltura di massa, dove prevaleva il risparmio a favore della quantità: la campagna doveva rendere, questo era il must e, d’altro canto, la disgrazia di un’agricoltura piccola e rurale come quella lombarda, che invece avrebbe dovuto puntare tutto sulla massima qualità. In Italia l’estensione media di un’azienda agricola mi pare sia di 1,8 ettari, come si può pensare di fare quantità? Ancora oggi c’è questa mentalità, non si è capito che è la strada sbagliata…

 

Quindi, torna a casa dal viaggio in Francia, parla con suo padre e cosa succede?

MZ. Mio padre disse che se quella era la mia idea, allora, per realizzarla, dovevo chiedere un po’ di soldi in banca. Pensi, mi fece credere che andavo in banca con mia madre ad accendere un mutuo di 160 milioni di lire: voleva che io pensassi che i soldi fossero della banca, che me li prestava per costruire la cantina, invece erano, ovviamente, quelli di mio padre. Quando abbiamo fatto la cantina non è che si è imposto su come sarebbe dovuta essere, mi ha sempre fatto sentire attore unico di questa cosa, anche se in realtà lui da dietro manovrava. Mi faceva sentire totalmente immerso in questa cosa, mi sentivo l’attore unico: è stato così che mi sono innamorato totalmente di questo progetto e, in termini di passione, ero una locomotiva, che lui ha sempre saputo valorizzare e fomentare.

 

E il diploma di Ragioneria?

AMC. Senta, senta cosa ha combinato…

MZ. Cosa ho combinato? Semplicemente, quando feci l’orale mi trovai di fronte dei professori appassionati di agricoltura e così li ho portati a parlare di vino, mettendomi a spiegare loro come si faceva il metodo champenoise, quindi tutto il procedimento dal remuage fino alla sboccatura. Questo è stato il mio esame di Ragioneria.

 

Insomma, Ca’ del Bosco è nata da un’intuizione di un ragazzino…

MZ. Sì, ma soprattutto grazie alla non pianificazione apparente di un business, come fa, in un certo senso, un artista. Ca’ del Bosco è nata così: con un pazzo scatenato come me che andava al di là dei numeri e con mio padre, invece, che faceva quadrare i conti. Lui non capiva, da commerciale, tutto quel lavoro lungo anni prima di mettere in commercio delle bottiglie, infatti quando Ca’ del Bosco per prima in Italia decise di fare il Novello mio padre era felicissimo: finalmente un prodotto industriale, da fare e vendere poco dopo. Sono stato il primo a fare il Novello e il primo a smettere di farlo. E ovviamente mio padre si arrabbiò moltissimo quando smettemmo col Novello…

 

Ma, insomma, suo padre Albano credeva in Ca’ del Bosco o no?

Sì, ma continuava a dirmi che il mio era un lavoro del cavolo, perché ero sempre a contatto con camerieri e osti, mai con commercialisti, avvocati, notai…. Comunque fu lui, poi, ad avere il merito di un’altra operazione fondamentale.

 

Quale?

Quella di far entrare in società una realtà importante come Santa Margherita. Era il 1994 e ci trovammo di fronte a una scelta: restare con i nostri 60 ettari e una produzione di 500mila bottiglie senza poter andare avanti nel nostro progetto qualitativo, oppure trovare qualcuno che investisse per far continuare a crescere Ca’ del Bosco. La mia famiglia, del resto, non se la sentiva di continuare a investire nei  miei “capricci”. Per cui nel 1994 mio padre trovò la soluzione, sofferta, ma posteriori io dico per fortuna, di trovare un partner serio come la famiglia Marzotto con Santa Margherita, entrata al 60% nel business di Ca’ del Bosco, non nel patrimonio immobiliare, tanto che la cantina paga l’affitto alla famiglia Zanella per l’uso degli immobili.

AMC. L’accordo con Santa Margherita s è svolto qui a Ossana, in gran segreto, seduti a questo tavolo dove siamo noi ora. Ricordo che c’era un’atmosfera austera: quando mio marito lavorava, del resto, era proibito disturbare o parlare. Non doveva volare una mosca. E quando si arrabbiava, parlava in trentino.

 

Quindi il maggiore azionista di Ca’ del Bosco, oggi, è Santa Margherita?

MZ. Esatto, ma in termini decisionali c’è sempre un raffronto – spesso dibattuto – tra me e Santa Margherita. Negli ultimi 18 anni abbiamo investito 50 milioni di euro, la famiglia Zanella per il 40%, i Marzotto per il 60%: i risultati in termini produttivi sono stati eccellenti e unici. Santa Margherita è fondamentale per gli aspetti finanziari, economici e assicurativi, mentre la parte produttiva e di pubbliche relazioni la seguiamo noi, così come la rete commerciale Italia. All’estero, invece, ci pensa Santa Margherita, che ha 8 persone stanziate all’estero per l’export.

 

Mi pare che lo sposalizio tra i Zanella e i Marzotto sia andato bene, o sbaglio?

MZ. È stato un matrimonio molto bello soprattutto perché è stata salvaguardata l’identità di Ca’ del Bosco, che rappresenta un patrimonio enologico nazionale indiscutibile. Per questo motivo sono molto soddisfatto e felice: senza Santa Margherita non avremmo potuto fare tutto quello che abbiamo fatto.  Certi investimenti qualitativi che ci hanno visti impegnati in questi anni sono unici al mondo…

 

Ma qual è stato il ruolo di Annamaria Clementi in tutto questo?

AMC. Guardi, io ho sempre cercato di supportare la mia famiglia. Albano usciva la mattina presto e rientrava la sera tardi e a me bastava vederlo anche solo per mezzora, perché sapevo che lavorava per noi ed ero innamoratissima di lui, come lo sono tuttora.

MZ. Mia madre mi ha sempre protetto dall’ira funesta di mio padre, che spesso mi avrebbe voluto sotterrare! Per lui Ca’ del Bosco era un progetto folle. Annamaria è sempre stata la mamma che protegge il figlio viziato: ha sempre coperto tutte le mie marachelle, come quella volta che ho distrutto una Range Rover nuova di zecca e sono andato a comperarne una identica perché mio padre non si accorgesse di nulla… Mi ha sempre sostenuto anche sul lavoro, anche quando mi sono messo in testa di far fare il cancello d’ingresso ad Arnaldo Pomodoro, oppure quando ho deciso di fare un libro chiamando fotografi famosissimi a fare degli scatti che raccontassero Ca’ del Bosco. Helmut Newton, ad esempio, sono riuscito a convincerlo tramite un ristoratore di Los Angeles suo amico. La parte economica era stata una follia, mi pare circa 80 milioni di lire del 1989, per fare una settimana di shooting fotografico con modelle, parrucchieri, il suo compenso, i  suoi assistenti. Mio padre non capiva tutte queste cose… Oggi, però, uno di quegli scatti, una stampa, l’ho venduta a 200mila euro da Christie’s.… La verità è che se non ci fosse stata mia mamma non ci sarebbe stata questa Ca’ del Bosco, sarebbe stata una cantina più concreta, più umile, sarebbe diventata una cosa più commerciale. Forse avremmo guadagnato di più, ma non saremmo andati verso queste “visioni”.

 

Anna Maria, è orgogliosa di suo figlio?

AMC. Certo. E lo sarebbe anche mio marito.

Maurizio sorride e ringrazia con un bacio la madre. Poi aggiugne: «E’ per questo che è stata dedicata a lei l’etichetta di bollicine più importante d’Italia». È ora di pranzo e tutti assieme andiamo a festeggiare, con un giorno di anticipo, il compleanno di Annamaria al ristorante Antica Osteria di Ossana: il giorno dopo avrebbe tagliato il traguardo di 84 anni di vita caparbia, sempre alle prese con uomini indomabili, iperattivi, geniali. Che l’hanno amata e adorata per la sua capacità di amplificare le loro capacità ed essere d’aiuto nel tirare fuori sempre il meglio, da tutto e da tutti. Una grande donna che ha fatto grandi i suoi uomini, Albano e Maurizio, e che oggi si prende i suoi spazi nel suo “eremo” di Ossana, dove le porte sono sempre aperte per i suoi «gioielli», come ama definirli, ovvero i quattro nipoti per cui ama cucinare canederli e tortel de patate, i suoi cavalli di battaglia assieme alle lasagne. 

 

 

INFO- CA’ DEL BOSCO OGGI

Ca’ del Bosco oggi conta su 180 ettari di vigna, non tutti in proprietà, e una produzione di 1,3 milioni di bottiglie l’anno, che nel 2015 dovrebbe arrivare a quota 1,7 milioni. Il fatturato è di circa 25 milioni di euro. «Tra tre anni – spiega Maurizio Zanella – raggiungeremo il massimo della nostra capacità produttiva, perché crediamo nella viticoltura diretta come segreto del vino di qualità. Ciò significa che una produzione maggiore non saremmo in grado di seguirla direttamente e non rientra nella nostra filosofia». I vigneti di Ca’ del Bosco sono oggi in conversione biologica: «Ci tengo a precisare che per noi non è una questione di marketing come per molti altri in Italia», sottolinea Zanella. La cantina, a due passi dal casello di Rovato, è un giardino vitato – pieno di sculture, opere d’arte e con tanto di eliporto – che merita la visita. Il core business di Ca’ del Bosco sono le bollicine metodo classico Franciacorta, a cui affianca una piccola produzione di vini fermi.

(mio articolo su TrentinoMese, maggio 2012)

Cooking for Wine e Chef Emergente a Napoli | 20-22 maggio

Cooking For Wine torna a Napoli per l’edizione 2012. La prima tappa del tour dei giovani Emergenti d’Italia. I protagonisti del Premio Miglior Chef Emergente d’Italia del Sud saranno in gara da domenica 20 maggio 2012 fino a martedì 22.

Come tradizione anche quest’anno la kermesse ideata e presentata dal giornalista gastronomo Luigi Cremona e organizzata da Witaly, avrà luogo nello storico ed esclusivo Circolo Savoia, in concomitanza con VitignoItalia, a Napoli, sulla banchina del porticciolo di Santa Lucia davanti a Castel dell’Ovo.

I migliori giornalisti del settore presiederanno la prestigiosa giuria che sceglierà il vincitore della gara, la giovane promessa della ristorazione gourmet italiana del sud.

Tre le macroregioni in gara: la domenica sarà la Campania, il lunedì si aprirà con Puglia e Basilicata, per chiudere con Sicilia e Calabria. I tre finalisti si sfideranno il martedì. Protagonisti saranno anche numerosi prodotti d’eccellenza del panorama eno- agroalimentare della Campania e delle regioni limitrofe.

“Napoli Contro Tutti” è una delle novità di questa edizione. Le firme più importanti della pizza napoletana contemporanea sfideranno impavidi colleghi del nord e centro Italia.

Domenica 20 il pizzaiolo Ciro Salvo, di Napoli, contro Stefano Callegari, di Roma.

Comunicato Stampa

Il lunedì Enrico e Carlo Alberto Lombardi, di Napoli, contro Matteo Aloe, di Castel Maggiore (Bo).

Martedì 22, Gino Sorbillo e Toto Sorbillo contro Tramonti, con Vittorio Giordano e Giuseppe Giordano autore del Pizz’ino, brevetto internazionale della cottura a corona (PCT – Trattato di cooperazione in materia di brevetti).

Tra le altre iniziative, domenica 20 dalle 19.30, Cooking For Wine è lieto di presentare la serata “Pizza Cheap & Chic” con Gino Sorbillo e Enzo Coccia.

Lunedì 21 dalle 19.30, la serata è dedicata alle “Donne del Vino Della Campania”: produttrici, giornaliste e cuoche tutte campane si esibiranno in un’allegra e gioiosa kermesse.

Cooking For Wine dunque non vuol essere una semplice gara né una banale degustazione ma vuol far “emergere” la passione, la serietà e le emozioni che si celano dietro le persone e i prodotti del settore enogastronomico d’ Italia.

Domenica 20 maggio dalle ore 12.00 alle 23.00 Lunedi 21 maggio dalle ore 12.00 alle 23.00 Martedì 22 maggio dalle ore 12.00 alle 19.00

Circolo Savoia , Reale Yacht Club Canottieri Savoia Napoli è in Via Partenope altezza Albergo Santa Lucia

Da Trento parte una nuova moda destinata a diventare un trend mondiale. Provare gli abiti è “out”

La notizia è finita un po’ su tutti i giornali e i Tg ed è una delle novità hi-tech più chiacchierate del momento. Una società californiana ha inventato un camerino virtuale per negozi di abbigliamento e accessori di moda. Alla base di Swivel, l’invenzione di FaceCake Marketing Technologies per provare abiti senza spogliarsi, c’è il Microsoft Kinect, la tecnologia che trasforma i movimenti del corpo umano in comandi per un dispositivo elettronico. Con l’aggiunta di una webcam e di uno schermo a grandezza umana che funziona da specchio, ecco che il camerino reale e virtuale è bello che pronto: funziona alla perfezione con abiti, scarpe, borse, cinture, collane, sciarpe, e ogni oggetto indossato segue i movimenti della persona reale anche quando si muove o si gira.

Ma se questa è l’ultima innovazione che probabilmente rivoluzionerà il commercio al dettaglio e molti altri settori (ci sono già tentativi di simulazioni simili con gli ambienti casalinghi per l’arredamento, in 3D), a Trento siamo molto più avanti. Da noi i camerini virtuali ci fanno un baffo, perché non ci servono e quindi non ci sono. Cosa diavolo sto scrivendo? Provate a entrare in quel negozio aperto da qualche mese, affacciato su Largo Carducci ma con la  maggior parte delle vetrine nella galleria-passaggio che da lì porta in via Roggia Grande (dove c’è, per intenderci, anche il ristorante pizzeria La Posada). Il negozio vende al 90% T-Shirt e maglie, e qualche accessorio. Era da un po’ che volevo farci un salto e così una mattina, in anticipo a un appuntamento, sono entrata.

«Vorrei provare questa maglietta», ho detto alla signora che stava dietro la cassa.

«No, mi spiace, non è possibile, non abbiamo camerini», mi ha risposto.

«Come, scusi?», ho chiesto ancora, pensando di aver capito male.

«Non può provare la maglietta, signorina. Siamo un negozio di accessori e non abbiamo previsto di avere camerini», è stata la replica che mi è arrivata come da un altro pianeta.

A parte che maglie e magliette non mi risulta siano ascrivibili nella categoria accessori, come è possibile pensare che una persona acquisti un capo di abbigliamento senza provarlo? Una cosa impensabile, tanto che si sono attrezzati anche i venditori ambulanti: il loro furgone è diventato uno spogliatoio confortevole per i clienti, con tanto di riscaldamento invernale e refrigeramento estivo. In quel negozio modernissimo in pieno centro a Trento, tutto vetrine, spazi bianchi e design essenziale, invece, il camerino non è un problema. Quello virtuale, poi, è roba de preistorici! Nossignori, lì, in quel negozio senza camerino, siamo già nel 2050, quando tutti acquisteranno tutto su internet e così anche la maglietta se la proveranno comodamente a casa e se non gli piacerà, basterà un click per restituirla e vedersi riaccreditato direttamente sul proprio conto corrente l’importo speso (tutte cose che esistono già oggi e sono in crescita esponenziale). In effetti, così basta appena un dito per fare click e comprare, il camerino non serve. E nemmeno i negozi. Sicuri che questa sia la strada giusta da seguire?

(mio editoriale su TrentinoMese, maggio 2012)

Millefoglie di mozzarella di bufala e verdure

Simone Izzo de I Chiostri di San Barnaba, Milano, mi ha mandato questa bella ricetta: Millefoglie di bufala e verdure. Ecco come farla…

Ingredienti per 4 persone: 1 peperone, 1 zucchina, 1 melanzana, 1 cespo di indivia belga e 1 cespo di trevisana, 1 lt di passata di pomodoro,

1 mozzarella di bufala campana da 500 gr, sale, pepe, zucchero, olio extra vergine di oliva q.b.

Preparazione:

Fate cuocere la passata per 30 minuti aggiungendo un cucchiaio di zucchero e un pizzico di sale e pepe.

Tagliate a rondelle la melanzana, a fette lunghe la zucchina e cuocetele sulla piastra o in una padella antiaderente dopo aver condito con sale, pepe e olio.

Tagliate a striscioline di media grandezza i peperoni e in 4 spicchi la trevisana e la belga,

conditeli con sale, pepe e olio e cuoceteli in forno a 200° per 15 minuti, girando di tanto in tanto.

Affettate la mozzarella di bufala e posizionate le fettine su uno scolapasta per una decina di minuti per eliminare il siero in eccesso.

Create poi una torretta alternando una fetta di mozzarella ad ogni tipo di verdura. Riscaldate nel microonde per 20” per intiepidire la mozzarella.

Versate un paio di cucchiai di vellutata di pomodoro, a piacere calda o fredda, in un piatto fondo e posizionate al centro la millefoglie.

Guarnite con del prezzemolo tritato.

Consiglio dello chef: la mozzarella di bufala campana “paestum” dal gusto dolce e delicato è la più consigliata per questo piatto.

In stagione provate a sostituire il peperone con un paio di friggitelli saltati in padella!

Consorzio Tutela del Soave: Stocchetti riconfermato alla guida di una denominazione da 200 milioni di euro

Arturo Stocchetti, presidente uscente del Consorzio Tutela Vini di Soave, è stato riconfermato alla guida dell’istituzione consortile per altri tre anni. Sotto il segno della continuità si è quindi espresso l’ultimo consiglio di amministrazione del Consorzio nella serata di venerdì 11 maggio, che ha votato il nome di Stocchetti sulla base della fiducia e della stima verso l’uscente maturata negli anni.

Soddisfatto il presidente che con questa riconferma vede premiato il lavoro svolto nei due precedenti mandati, sempre in prima linea: dal nuovo ruolo del consorzio assunto in seguito alla riforma OCM vino, alla nascita di Siquria, società a cui sono oggi affidati i controlli in vigna, dallo sviluppo di nuove competenze interne agli uffici del Consorzio stesso all’ottenimento dell’Erga Omnes.

Doppio l’impegno dichiarato per il ri-eletto presidente: proseguire la promozione del Soave all’estero; presidiare la piazza italiana con azioni di valorizzazione e di avvicinamento al Soave.

Sul fronte estero continua quindi l’impegno del Consorzio sul mercato americano dove è attualmente in corso “Reach for Soave” una capillare azione promozionale del Soave nei principali wine shop di New York, dove per l’intero mese sono previste degustazioni guidate per i consumatori e incontri con la stampa di settore. Sul mercato interno invece ampio spazio verrà dato ad attività volte ad avvicinare i consumatori e a farli appassionare, sulla scia di quanto realizzato in Piazza Erbe a Verona, come anteprima Vinitaly, a Milano al Salone del Mobile e al Cibus di Parma.

 

«Il triennio appena concluso – ha evidenziato in un passaggio Arturo Stocchetti – ha messo di fronte le nostre aziende a grandi sfide, dettate da mercati sempre più competitivi e da congiunture economiche non certo delle più semplici, superate grazie all’attenta e puntuale azione del Consorzio. Pensiamo ad esempio a come ha premiato sul lungo periodo la scelta di ridurre le rese, con la formula delle deroghe, per il Soave ed il Soave Classico. Una decisione che ha permesso di salvaguardare il reddito delle nostre famiglie ed il futuro dei nostri figli. Non dimentichiamo infatti che il Consorzio del Soave tutela il lavoro di quasi 4000 famiglie distribuite su 13 comuni».

Resta sul tavolo l’impegno di consolidare e rafforzare ulteriormente il ruolo del Consorzio nella gestione della denominazione, il cui valore di filiera si attesta oggi sui 200 milioni di euro per circa 50 milioni di bottiglie prodotte ogni anno.

«Alla luce dei notevoli risultati raggiunti sul fronte della promozione all’estero – ha concluso Stocchetti – vanno trovate soluzioni ad esempio per tutelare con ancor più efficacia le produzioni ottenute in collina e nelle aree più svantaggiate della denominazione. Per concretizzare questi ed altri obiettivi occorre però che tutti i produttori, piccoli e grandi, credano con forza nella potenzialità della nostra doc e che partecipino con decisione e continuità alla vita consortile».

Ho letto La collezionista di ricette segrete. Ma i collezionisti sono uomini e la cucina è solo sullo sfondo

Ho appena finito di leggere La collezionista di ricette segrete di Allegra Goodman, edito in Italia da Newton Compton. Mi aspettavo molto da questo libro, soprattutto dopo aver letto quello che afferma la sua autrice: «Io non cucino, ma adoro leggere libri di cucina. Questo mi ha fatto riflettere: perché leggiamo invece di cucinare, e perché sogniamo invece di vivere? E così mi è venuta la tentazione di scrivere un romanzo sull’amore per la cucina: l’amore che ci spinge ad assaggiare, a costruire, a vivere, a sognare».  Ma nel romanzo c’è ben poco di questo. C’è una bella storia di due sorelle, Emily e Jess, e la loro vita, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, che si dipana tra università, società di geni informatici universitari stile facebook, studenti di letteratura, amore per i libri e anche un po’ di religione, fidanzati sbagliati, egoismi, rapporti famigliari difficili, famiglie allargate. E ci sono due collezionisti di libri di cucina, che sono uomini e non donne (come mai, quindi, un titolo al femminile?): il primo probabilmente li collezionava per passione culinaria, il secondo, George, un po’ per amore dei fornelli e un po’ per il suo lavoro, ovvero quello di antiquario di libri. Amore e passione per la cucina che sono però solo accennati e che si perdono tra le storie dei vari personaggi senza assumere grande importanza. Peccato.

Non aspettatevi, quindi, grandi filosofie culinarie. Per il resto, è un libro piacevole da leggere, anche se paragonare la Goodman a Jane Austen, come ha fatto qualche critica letteraria oltreoceano, mi pare quanto mai eccessivo.

Leroy Bell e un Sophora

Ci sono uomini che non conosci, ma che a guardare come si muovono, a vedere quello che fanno, ti emozionano. Ci sono uomini che stanno fermi lì e non serve che facciano niente per essere sexy e intriganti, perché ci sono nati, e il loro carattare si delinea nel fisico, nello sguardo e nel gesto più impercettibile. Prendi uno come Leroy Bell, cantante statunitense assurto agli onori della cronaca per essere stato – pochi mesi fa – tra i finalisti di X Factor America. Sessantanni e ne dimostra quaranta, voce calda e un po’ sofferta che ti fa venire voglia di vivere, amare e sognare. Sensualissimo, e ancora di più se pensi a quanti anni ha… Sono sempre stata attratta dagli uomini vintage, se conservati bene: hanno così tanta vita da raccontarti, tante storie da condividere, tanti segreti da insegnare e spesso anche più voglia di vivere e di fare di molti giovani cn 20 o 30 anni in meno.

Oggi ascoltavo una delle sue canzoni e pensavo che con uno come lui mi stapperei un vino ruvido e dolce al contempo, mentre lo ascolto suonare la chitarra e cantare sotto un ulivo a lume di candela. Verserei in ampi ballon un Sophora Monferrato Rosso di Cantina Vignasone, intenso e maturo mix di Cabernet Sauvignon, Merlot e Barbera d’Asti, sorprendente quanto basta, avvolgente e tenere, poi subito dopo impetuoso e carnale.

 

Premio Cesare Pavese Il vino nella letteratura sceglie Sex and the wine

Amici di GG! Ecco la bella notizia che mi ha raggiunto mentre ancora ero a Reims. Il Premio Cesare Pavese Il vino nella letteratura ha selezionato anche Sex and the wine!

Vi incollo la comunicazione così come è arrivata e, se siete da quelle parti il giorno della premiazione, vi aspetto!

Il Centro Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo comunica che la scrittrice Francesca Negri si è classificata nei primi tre posti nel premio Il vino nella letteratura. L’autrice è invitata a ritirare il premio il giorno 3 giugno 2012, ore 10, a Santo Stefano Belbo nella casa natale di Cesare Pavese.

Doc Colli Berici e Vicenza | Il 25 maggio kermesse e giuria popolare

Vino, specialità del territorio e musica folk-rock per la seconda edizione della rassegna enologica “Le Vigne del Palladio” in programma al Golf Club Colli Berici di Brendola (Vicenza) venerdì 25 maggio, a partire dalle ore 20.30, su iniziativa del Consorzio tutela vini Colli Berici e Vicenza.

Per tutta la serata sarà possibile degustare i migliori vini DOC Colli Berici e Vicenza, accompagnati dai finger food preparati con i prodotti del territorio da Giandomenico Zocca,  Chef del ristorante del Golf Club. Si potranno così scoprire i grandi vini rossi dei Colli Berici come Tai Rosso, Cabernet, Carmenere, Merlot e i sorprendenti vini bianchi Vicenza DOC, come Pinot Grigio, Sauvignon, Riesling serviti in un banco d’assaggio al quale saranno presenti anche i produttori per spiegare direttamente al pubblico i propri vini. Ad allietare la serata ci sarà il concerto BeVi DOC live, con musica folk/rock proposta dal duo musicale vicentino Dario Valle e Matteo Camerra.

Contemporaneamente, gli stessi vini saranno esaminati nel Concorso Enologico abbinato alla rassegna, la cui giuria sarà composta per metà da esperti e per metà da semplici consumatori. “Vogliamo che a giudicare i nostri vini – spiega Andrea Monico, direttore del Consorzio Tutela Vini Colli Berici e Vicenza – siano i tanti Mario Rossi del vino. Coloro che effettivamente poi acquistano e consumano il vino quotidianamente, non soltanto i cosiddetti esperti”.

Da più di un anno il Consorzio ha infatti promosso una campagna per avvicinare Mario il consumatore di vino, culminata all’ultimo Vinitaly con l’apertura dell’Osteria dei Mario e l’inaugurazione del Club Amici di Mario, i cui membri saranno invitati a far parte della giuria del concorso enologico. I vini vincitori, suddivisi in cinque categorie per tipologia di vino, saranno premiati il prossimo 9 giugno, nell’ambito della manifestazione Sapor di Vino a Trissino.

Il costo di ingresso alla serata è di soli 7 Euro. Altre informazioni sul sito: www.bevidoc.it .

 

Viaggio a Reims per un’anteprima Veuve Clicquot e dell’Hôtel du Marc | Prima Parte | Quattro chiacchiere con Cyril Brun e la novità de La Grande Dame 2004

REIMS – Esce sul mercato italiano in questi giorni, e la novità è questa: La Grande Dame 2004 abbandona il Pinot Munier. «Questo vitigno dopo una decina di anni inizia a declinare, per questo abbiamo deciso di toglierlo da La Grande Dame, che oggi quindi è fatta solo con Pinot Nero, prevalente, e Chardonnay», spiega l’enologo della maison Veuve Clicquot Cyril Brun. Ma il gusto dello Champagne dall’etichetta gialla non cambia e non cambierà mai: «Non adattiamo certo il nostro champagne ai gusti dei consumatori di  un mercato piuttosto che per un altro – osserva Brun -, questo significa che in Italia come in Usa o in Cina il Veuve Clicquot che si beve è sempre lo stesso». E il Pas Dosé, molto di tendenza in Italia, come mai non registra etichette delle grandi maison di Reims ed Epernay?«Credo che sia una moda, tra dieci anni non esisterà più. Per questo non ne facciamo», risponde secco uno degli enologi di Veuve Clicquot. E il Rosè? «Da bere da maggio a settembre. Io credo che quello rosa sia uno stile estivo, ma che ormai non sia più etichettabile come una bollicina da donna».

 

Qui a Reims sembra estate. La temperatura è mite di prima mattina fino a notte inoltrata, i campi gialli si stagliano all’orizzonte giocando con il cielo azzurro. La cattedrale dove sono stati incoronati tutti i re di Francia è maestosa, le vetrate di Chagall sono un’opera d’arte, ma io preferisco le tre lastre di vetro del 1950 che raffigurano tutti i lavori del vino. Uniche nel loro genere. Del resto la cattedrale, oltre al grande contributo della Fondazione di Rockefeller per la ricostruzione del tetto, è sempre stata sostenuta da tutti i produttori di Champagne.

E Madame Clicquot? Vedova a 28 anni, ha deciso di prendere in mano le redini della cantina del marito, ma non solo:  perché Madame Clicquot assaggiava i suoi vini, che non venivano commercializzati senza il suo benestare. Giocava a fare anche la piccola chimica, per cercare la miscela giusta per un Rosè che le piacesse davvero: successe nel 1811, quando a Bouzy venne messo in barrique un rosso eccezionale, proprio l’anno in cui il cielo si faceva squarciare da una cometa. Così nacque il primo Champagne Rosè assemblato della storia e anche il nuovo simbolo della maison, una cometa stilizzata con all’interno lo storico simbolo dell’ancora.

Qui sopra potete vedere la “tavola rotonda” di degustazione all’interno della cantina sotterranea che  è lunga 24 chilometri ed è tutta scavata nel gesso.

Quando Madame Clicquot si trovò ad affrontare da sola il mercato del vino, Veuve Clicquot aveva 4 ettari. Alla morte della Vedova erano diventati 40, mentre oggi sono 400, da cui la maison produce appena 1/3 del vino che commercializza. «Il resto delle uve viene tutto acquistato», fa sapere Brun.

Nella foto qui sopra la tavola del remuage, «altra invenzione di Madame Clicquot. Per realizzare il prototipo, usò uno dei suoi tavoli di casa. Solo per regioni di spazio nelle cantine furono ideate le pupitres». Insomma, un vulcano questa grande dame della Champagne: enologa, inventrice, commerciante, visionaria. Una piccola Steve Jobs delle bollicine di Francia.

L’ Hotel du Marc, nonostante il nome, non è un albergo aperto al pubblico, ma una magnifica residenza privata in cui la Maison Veuve Clicquot ospitava nei secoli passati e ospita i propri amici più intimi. In una dimensione extralusso da albergo pluristellato, ma allo stesso tempo familiare.

Era poco più che un frutteto quando fu acquistato da Madame Clicquot nel 1822, che lo offrì in dono al suo socio tedesco Edouard Werlé. Completato nel 1846, divenne dimora privata della famiglia Werlé, che qui iniziò ad ospitare gli amici, i clienti più importanti ed i propri subordinati.
Il lungo processo di restauro è iniziato  4 anni fa e che ha avuto un occhio di riguardo per la sostenibilità ambientale .Veuve Clicquot è da tempo, infatti, molto attenta alle quantità di emissioni di carbonio liberate nell’ambiente (tanto da essere stata la prima casa produttrice di Champagne ad ottenere nel 2004 la certificazione ISO14001), nella ristrutturazione perciò ha prestato moltissima attenzione al contenimento delle emissioni. Ora l’Hotel du Marc produce l’85% del proprio fabbisogno energetico attraverso l’utilizzo di energia geotermica (sia per il riscaldamento invernale che per il raffrescamento estivo) e solare termica e cerca di ridurre le proprie emissione di carbonio fino al 90%. I lavori di restauro sono stati affidati all’architetto Bruno Moinard.

Al primo piano trovano collocazione le camere da letto, introdotte dall’artista Pablo Reinoso con la sua ode alle vite attraverso una bellissima panca-scultura in legno, che domina il piano e che è il giusto preludio alla galleria di ritratti dei personaggi della maison dove si trovano le camere.

Non ci sono oli su tela dell’800 a raccontare al visitatore il passato della “famiglia” Clicquot , ma una luce drammatica che arriva direttamente dai ritratti, realizzati da giovani artisti locali con una strana tecnica fatta di luci e tessuti sovrapposti.

Su questo lungo corridoio si aprono sei camere, ognuna ispirata ad una stagione, un luogo (legato in qualche modo allo champagne Veuve Clicquot, anche solo per motivi commerciali) e ad un personaggio storico che ha cambiato le sorti della Maison.

 


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