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Enozioni Milano, debutto al Westin Palace Hotel

by sabato, gennaio 20, 2018

Si chiama Enozioni Milano ed è il nuovo evento di Ais Milano in programma dal 26 al 28 gennaio al The Westin Palace Hotel di Milano.

Si parte il 26 con una cena di gala, per poi passare alle degustazioni dalle 14 alle 20 di sabato 27 e domenica 28: un tripudio di eventi all’insegna dello spettacolo del vino con grandi banchi di degustazione e un susseguirsi di seminari d’eccezione che permetteranno ai partecipanti di confrontarsi con le più alte espressioni vinicole che hanno fatto storia. A raccontarceli, in un raro rapporto quasi uno-a- uno, alcuni tra i migliori relatori Ais, che metteranno a disposizione la loro riconosciuta competenza nello scenario meneghino.

Dalla magia della Campania alla finezza dell’Oregon, dalle mille sfumature dello champagne al fascino incondizionato dei Riesling, dal profilo millenario del Libano all’intrigante Sancerre, senza privarsi della regalità del Barolo e della Borgogna: tutto questo e molto altro sarà Enozioni a Milano.

Il programma completo qui http://www.aismilano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2811

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Sex and the Wine | 7 | Con la complicità del vino

by venerdì, gennaio 19, 2018

Zoe ed io ci svegliammo all’alba nell’hotel vicino all’aeroporto di Milano Malpensa in cui avevamo dormito per non essere costrette a fare una levataccia: alle sei del mattino, infatti, partiva il nostro volo per New York, dove Wine Spectator organizzava un week-end interamente dedicato al vino italiano.

Una delle riviste con cui collaboravo aveva deciso di mandare me per un reportage di qualche pagina: era una grande occasione e non me la sarei lasciata sfuggire per niente al mondo, anche perché tra degusta- zioni, cocktail party e cene con i produttori sarebbe stato sì un tour de force, ma sicuramente divertente. Potevo portare una persona con me e chiesi a Zoe se voleva accompagnarmi.

«Ci voleva il vino per farci fare un viaggio insieme», disse Zoe mentre si truccava davanti allo specchio del bagno.

«Davvero!», le risposi pensando a quale incredibile colpo di fortuna avessi avuto. Di solito a occuparsi di questi servizi era Luciano Cremotta: in un’ipotetica classifica dei giornalisti più potenti ed influenti d’Italia certo lui stava nell’empireo dei primi tre. Qualche giorno prima della giornata fissata per la partenza per New York, Luciano era stato a testare un ristorante appena aperto, cucina di pesce e tante belle parole di freschezza, atten- zione alla qualità e quanto altro. Poco di questo era vero. Così, il critico che per fisicità (e non per carattere) tanto fa pensare al Mister Ego del film Ratatouille, alto alto, magro magro e con quei suoi occhialetti sempre appoggiati sul naso, il giorno dopo quella visita si sentì male. Non era bastato assaggiare solo un piccolo boccone di quei gamberi all’ammoniaca per salvarsi dall’intossicazione. Febbre e nausea lo avevano bloccato a letto. Fu il panico al giornale: chi si poteva mandare adesso? Cremotta fece un paio di nomi, il mio e quello di un altro giovane giornali- sta, e la sorte volle che toccasse a me. «Tanto – mi disse Luciano per rassicurarmi – non devi mica parlare in modo tecnico dei vini, questo sarà più un pezzo di colore, di life style, del made in Italy nella Grande Mela, capito?». Luciano sapeva bene che non amavo molto la critica enologica: mi sembrava usasse un linguaggio troppo vecchio e stantio, troppo poco popolare, privo di ogni sensualità e godimento. Nel mio piccolino, ritenevo che il vino dovesse trovare un modo diverso di raccontarsi, più moderno, più emozionante, forse anche più sentimentale e sicu- ramente più semplice. Per questo non leggevo le guide dedica- te ai vini, con tutti i loro “bicchieri”, “grappoli” e “centesimi”: erano senza poesia, sentimento e passione, senza storie di cui innamorarsi.

«Sono davvero contenta di fare questo viaggio con te», aggiunsi da sotto il maglione a collo alto che mi stavo infilando, ancora assonnata.
A non esserne molto contento era Roberto, il mio ragazzo, che non aveva preso affatto bene la notizia che a New York sa- rei andata con Zoe anzichè con lui. Fino a qualche mese prima probabilmente non avrebbe avuto nulla da ridire, ma le cose erano cambiate dopo il mio momento di crisi, in cui ero stata a un passo dal dirgli definitivamente addio. Avevo conosciuto Roberto cinque anni prima, a una cena di lavoro a Milano. Il suo sorriso e i suoi modi di fare mi avevano colpita molto, tanto che avevamo trascorso l’intera serata a parlare. Al momento di salutarci non ci fu nessuno scambio di numeri di telefono perché entrambi sapevamo dove poterci rintracciare. Il giorno dopo fui tentata di chiamarlo per salutarlo, ma qualcosa mi trattenne. Un mese dopo fu Roberto a cercarmi: passava dalle miei parti e aveva “bisogno” di compagnia per cena. Fu così che nacque la nostra storia, tra le rinomate tagliatelle ai porcini della Locanda Canto del Maggio e una bottiglia di morbido Sangiovese, e poi passeggiando mano nella mano nella notte, nel freddo di genna- io. Il mio sesto senso non aveva sbagliato: Roberto era sposato, con un figlio di sette anni e una moglie con la quale stava per andare in tribunale per chiedere la separazione. Pensai che per un uomo così si potesse anche rischiare e non sbagliai. L’unico errore che feci fu quello di non considerare, da un lato, il grande senso paterno di Roberto e, dall’altro, lo scarso senso materno di sua moglie. Così, dopo che per circa un anno dalla separa- zione Roberto continuò a vivere in famiglia – seppur rendendo ufficiale la nostra relazione – quando finalmente si convinse che era arrivato il momento di uscire di casa mi ritrovai catapultata dal ruolo di fidanzata (che avevo vissuto un giorno alla settimana, tanto era il tempo che riuscivamo a stare insieme) a quello di pseudo-mamma. Per due anni contai sulle dita di una mano le occasioni in cui Roberto ed io passammo una serata da soli: quando c’ero io c’era anche Alessandro, suo figlio. Risultato? Niente più cene a lume di candela, niente più intimità, niente più libertà di poter avere gli orari che volevamo e fare quello che ci pareva. Roberto aveva un fortissimo legame, soprattutto psicologico, con suo figlio. Comprendevo e amavo molto anche questo lato del carattere di Roberto, ma il prezzo da pagare era diventato alto: mi ero trovata con una famiglia che ancora non volevo e con un figlio che non era mio e che comunque non avrei scelto di avere, in quel momento della mia vita. Non ero pronta ai sacrifici che necessariamente vengono fatti quando ci sono dei bambini, non ero pronta a passare nel giro di pochi mesi da fidanzata a finta moglie, non volevo perdere la nostra intimità o dover rinunciare ai ritmi di vita che chi non ha figli può avere. Strinsi i denti per un paio di anni, lanciando ogni tanto qualche segnale a Roberto, che però faceva finta di non sentire. Così un giorno lo guardai dritto negli occhi e gli dissi che non ce la facevo più, che avevo bisogno di stare da sola e che non volevo vederlo per un po’. Avevo bisogno di tempo per capire se quello che si era rotto dentro di me, a causa di quella situazione, si sarebbe potuto ricucire. Dopo circa un paio di mesi decisi di riprovarci: Roberto aveva capito i suoi errori e il nostro legame era talmente bello che valeva molto di più di una seconda possibilità. Quei due mesi di distacco, però, lo avevano lasciato con uno strascico di fragilità inconscia ed era per questo che, ogni volta che passavamo alcuni giorni lontani, lui non riusciva a vi- vere la cosa con tranquillità.
Uscii da tutto questo turbinio di pensieri grazie alla voce di Zoe.

«Cleo, dammi i tuoi documenti», mi disse. Glieli porsi e la ragazza del check in, poco dopo, ci chiese che posti preferivamo.

«Due lato corridoio sulla stessa fila, per favore, preferibilmente nella zona di testa», chiese Zoe. Sia a me che a lei piaceva stare più libere e larghe possibili, soprattutto in viaggi lunghi come quello che stavamo per fare, e il posto lato corridoio era la soluzione migliore.
Dopo circa un’ora in sala d’attesa chiamarono l’imbarco. Zoe ed io ce la prendemmo con comodo: detestavamo fare la fila, ovunque fosse (dal supermercato alla banca), e quindi ci alzam- mo per passare la procedura d’imbarco quando quasi tutti erano saliti. I nostri vicini di posto erano degli uomini d’affari di una certa età, tutti dirigenti di una compagnia petrolifera americana che stava per sbarcare sul mercato italiano. Io ovviamente bluffai quando mi chiesero quale fosse la mia occupazione, fingendomi responsabile marketing di un’azienda di cosmetici. Senza che nessuno se ne accorgesse, misi la mano nella borsa e accesi il mio registratore mp3 per prendere nota delle informazioni che, inconsapevolmente, i quattro dirigenti in giacca e cravatta mi stavano dando. Appena arrivata a New York sarei corsa in albergo per scrivere l’articolo su questa notizia bomba che avrebbe fatto morire d’invidia un bel po’ di colleghi.
Zoe, invece, aveva dormito quasi tutto il tempo, incurante delle nostre chiacchiere. Era bella anche mentre dormiva, con i suoi capelli a caschetto color biondo cenere e gli occhi verdi dal taglio orientale che solo da chiusi non facevano scintille. Po- chi minuti prima dell’atterraggio le strinsi il braccio scuotendola leggermente e le sussurrai: «Zoe, siamo quasi arrivate, svegliati».

«Di già?», mi chiese stupita aprendo gli occhi di colpo.

«Sì tesoro, hai dormito davvero tanto!»

«Scusami, non ti ho tenuto per niente compagnia…». «Figurati, ci hanno pensato i nostri vicini di aereo. Mi hanno dato delle informazioni per un pezzo che voglio scrivere subito. Quando arriviamo in hotel mi devi dare un’ora per buttarlo giù, va bene?»

«Nessun problema, schiaccerò un altro pisolino», mi rispose strizzando un occhio.

Il nostro hotel era sulla Madison Avenue, nel cuore di Man- hattan. Era il Library Hotel e da sempre avevo sognato di poterci andare perché era stato il primo ad offrire ai propri ospiti un ambiente in cui i libri erano i protagonisti: ben seimila volumi distribuiti nei dieci piani della struttura e nelle sue sessanta ca- mere. Ogni piano era dedicato a un genere letterario, dai gialli ai saggi tecnologici, dai trattati di teologia all’arte, dalla storia alla filosofia. All’atto di prenotazione mi avevano chiesto a che piano avrei desiderato soggiornare e io, ovviamente, avevo scelto l’ottavo, quello della letteratura. Non avevo potuto scegliere, però, il tema della camera e quindi ero curiosa di scoprire se ci sarebbe toccata quella dei grandi classici oppure quella della poesia, quella della letteratura erotica o quella dei libri mystery.

«Queste sono le vostre chiavi, signora. La vostra camera è la numero 800.005», ci comunicò, in un americano lento e ben scandito, Penny, la sorridente biondina della reception. La 800.005 era la camera dedicata ai libri di favole. C’erano rose rosse, orchidee bianche e libri in ogni angolo della camera, in cui stile classico e design erano miscelati tanto sapientemente da creare un calore e un’accoglienza straordinari.

«Cleo, hai scelto un hotel incredibile!», esclamò stupita Zoe, alla quale non avevo detto nulla del Library Hotel perché volevo che fosse una sorpresa.

«Sì, in effetti non è niente male», le risposi soddisfatta. I quat- trocento dollari al giorno della nostra camera al Library erano decisamente spesi bene.

Disfammo le valige, scrissi velocemente il mio articolo sul- la compagnia petrolifera dei miei compagni di volo, lo inviai per email al mio caporedattore che non vedeva l’ora di poterlo mettere in pagina e poi ci preparammo per uscire e raggiungere il Food Empire, dove Wine Spectator aveva organizzato la due giorni del vino italiano.
Al nostro arrivo il primo a venirci incontro fu Filippo Arca, patron di una delle più blasonate cantine toscane di Brunello di Montalcino. Filippo doveva assolutamente farci assaggiare l’ultima annata del suo vino e raccontarmi le novità della sua azienda. Trascorremmo con lui più di un’ora, lo stesso tempo che dedicai ad altre cinque o sei cantine, finché, verso le quattro del pomeriggio, Zoe ed io ci accorgemmo che non avevamo ancora mangiato nulla, se non qualche grissino e un po’ di scaglie di formaggio Grana.

«Che ne dici di fare una pausa e andare a farci un piatto veloce nello spazio “Fast Good”?», chiesi a Zoe.

«Non vedevo l’ora che tu me lo chiedessi, è da più di due ore che sto morendo di fame ma non volevo interromperti».

«Idem», replicai e la presi per un braccio, trascinandola verso l’ascensore che ci avrebbe portato all’ultimo piano, dove si tro- vava la zona ristorante. Zoe scelse un piatto di spaghetti con ju- lienne di verdure e mozzarella di bufala, un tortino di cioccolato con crema di zabaione ed una macedonia, io solo la macedonia, che era uno squisito mix di frutta esotica aromatizzata con men- ta fresca e un pizzico di vaniglia. Avevamo trovato un tavolo a ridosso delle vetrate e in attesa che ci portassero quanto ordinato, guardavamo fuori cercando di individuare le varie zone di New York che si vedevano da lassù.

«Secondo me quella è la Quinta Strada», dissi a Zoe cercando di farle capire il punto in cui credevo di aver avvistato uno dei posti più cult per le fashion victim.

«Si sbaglia signorina», disse una voce dietro di noi. «La Quin- ta è esattamente dalla parte opposta». La voce era quella di Giovanni Amadasi, trentaduenne vicepresidente dell’omonima cantina veneta che l’anno prima aveva prestato il suo volto per la nuova campagna pubblicitaria dell’azienda di famiglia. In ma- niche di camicia tra le sue vigne siciliane, per mesi aveva ammic- cato dai cartelloni pubblicitari con cui erano state tappezzate le principali città italiane. Le testate di gossip avevano scritto de- cine di articoli sul fatto che il suo sorriso pareva avesse causato centinaia di incidenti tra le guidatrici del gentil sesso. Giovanni Amadasi ed io non avevamo mai avuto modo di conoscerci, né telefonicamente né di persona, ma dopo quella campagna pub- blicitaria sapevo perfettamente come fosse la sua faccia.
Lo guardai con aria divertita e con un pizzico di provocazione mentre gli rispondevo «allora vorrà dire che la mia amica e io abbiamo trovato la nostra guida turistica di New York. Domat- tina avevamo giusto pensato di andare a fare una piccola visita della città».

«Volentieri, signorina Cleo, ma pensavo che potevamo inizia- re da questa sera. Sarei molto lieto di avere lei e la sua amica a cena con me e i miei collaboratori al Le Cirque. Ci saranno anche altri suoi colleghi giornalisti, alcuni nostri nuovi clienti americani e degli amici». Ero stupita che sapesse chi fossi: la spiegazione più plausibile era che avesse visto la mia foto pub- blicata su qualche giornale per via del mio libro.

«Va bene, a che ora?», risposi.

«Pensavo di mandare un’auto a prendervi al vostro hotel verso le 19.30. Le può andare bene?»

«Benissimo, grazie. Alloggiamo al Library Hotel. Le presento Zoe Cantarelli, titolare della Zoe.Com, agenzia di comunicazione con cui collaboro anch’io». Amadasi le strinse la mano, sfog- giando uno dei suoi sorrisi migliori, e poi si congedò con un «a più tardi, allora».

Il dress code della serata al Le Cirque era rigorosamente abito da sera: Zoe ed io tirammo fuori dall’armadio i vestiti che ci donavano di più perché avevamo deciso – senza un motivo o uno scopo particolare – che volevamo lasciare il segno, in tutti i sensi.
L’auto mandata da Amadasi arrivò al Library in perfetto orario e anche noi eravamo puntualissime. Nel tragitto tra l’hotel e il ristorante Zoe ed io parlammo un po’.

«Amadasi è fidanzato?», mi chiese Zoe a un certo punto.

«Non lo so, nelle interviste glissa sempre questa domanda, dicendo solo di non essere sposato. Perché?», le chiesi con aria distratta.

«Curiosità», mi rispose, ma Zoe non faceva mai domande che non avessero un obiettivo preciso.

Quando arrivammo al Le Cirque gli altri ospiti erano già tutti seduti al tavolo: noi eravamo in ritardo di mezz’ora per colpa di un incidente che avevamo incontrato lungo la strada. Amadasi era stato informato dall’autista dell’inghippo e quindi ci rispar- miò le solite battute che si riservano alle donne che si fanno attendere. Ci presentò a tutti i presenti, annunciando che man- cava ancora una persona, poi porse il braccio a Zoe e la portò al suo posto, di fronte a lui. Il mio, invece, era di fronte alla perso- na che doveva ancora arrivare, accanto a Zoe e a un giornalista di Wine Spectator, con cui mi misi subito a parlare del mercato americano, dell’influenza del cambio dollaro-euro sulle impor- tazioni, dei vini che stavano andando di più e delle previsioni per l’anno in corso.
«Non è facile, Cleo, le importazioni dall’Europa stanno evi- dentemente conoscendo difficoltà, ma il vostro vino tiene ab- bastanza bene. C’è un costante exploit della domanda di vino, specie tra le donne e tra i millennians, i figli quasi trentenni dei baby boomers (lo zoccolo duro del consumo di vino statuniten- se). Ecco perché in campo enologico recessione e dollaro debole fanno meno paura rispetto ad altri settori di mercato», mi disse Jo Cork.

«La concorrenza, però, è sempre più minacciosa, vero?», gli chiesi.

«Sì, soprattutto da parte di Spagna, Nuova Zelanda e Cile. Stanno andando a togliere mercato, però, più che altro all’Australia», osservò Jo.

«È arrivato anche l’ultimo ritardatario», ci interruppe Amadasi. Alzai lo sguardo per vedere chi fosse. L’ospite che si era fatto tanto attendere era l’ultima persona che pensavo di incontrare. Era Paolo, direttore generale di un’importante finanziaria italiana. Ci eravamo conosciuti un paio di anni prima che io incontrassi Roberto e tra noi era nato un legame molto strano. Fin da subito avevamo iniziato a sentirci tutti i giorni e a vederci almeno una volta alla settimana: cenavamo assieme oppure andavamo in qualche enoteca a bere qualcosa e trascorrevamo la serata a par- lare per lo più di lavoro. In quel periodo feci anche un bel po’ di scuola su un mondo della finanza di cui, prima di allora, ero asso- lutamente a digiuno. Imparai molte cose, tranne come fare a non far finire sempre in rosso il mio conto in banca. Dopo qualche mese la sua fidanzata di allora, che di lì a poco sarebbe dovuta diventare sua moglie, aveva dato a Paolo un aut aut: o l’amicizia tra me e lui o il loro matrimonio. Quando venne a raccontarmelo pensavo che mi stesse prendendo in giro. Scoppiai a ridere, ma smisi quasi subito quando mi accorsi che lui non rideva con me.

«Cleo – mi disse – tu lo sai che tra te e me c’è qualcosa di forte, ma io in questo momento non me la sento di rischiare di perdere Antonella. Dobbiamo non sentirci e non vederci più».

Lo guardai esterrefatta. Eravamo in un pub nella periferia della città, un loft di design dove servivano uno dei nostri Champagne preferiti, il Ruinart Rosé. Dalle vetrate si vedevano le montagne innevate che riverberavano sotto la luce della luna. Eravamo stati all’ExSense mille volte, da soli o con i nostri ri- spettivi amici e anche con Antonella. Era vero che tra di noi c’e- ra un feeling speciale e lei se ne era accorta subito: per un po’ di tempo aveva fatto finta di niente, ma alla fine, e inevitabilmente, era sbottata con quell’aut aut che comprendevo benissimo, solo che non avrei voluto arrivasse così presto e fosse così assoluto.

«Io non accetterei mai che la persona che devo sposare mi desse un ultimatum di questo genere», dissi guardando Paolo dritto negli occhi, cercando di tirare fuori tutta la freddezza che riuscivo a fingere di avere. Ci fu un attimo di silenzio che lui non riempì e allora proseguii. «Se è questo quello che vuoi, non sono certo io quella che ti può impedire di rinunciare al nostro rapporto. Evidentemente per te non è poi così importante. A differenza mia». Non gli lasciai il tempo di replicare, mi alzai la- sciando i soldi dei nostri champagne sul tavolo e me ne andai con passo spedito, senza voltarmi nemmeno quando sentii la voce di Paolo che mi chiamava da lontano, implorandomi di fermarmi per passare ancora un po’ di ore assieme, quelle che sarebbero state le nostre ultime. Non mi fermai, perché altrimenti gli avrei chiesto di rinunciare ad Antonella per me, ma sapevo bene che questa era una cosa che non avevo il diritto di domandargli. Non mi voltai perché non volevo correre il rischio che vedesse le mie lacrime, di rabbia, ma soprattutto di dolore. Salii in auto e scap- pai via, vedendo i suoi contorni sul ciglio della strada farsi sem- pre più sfumati e piccoli, fino a dissolversi nel buio. Pur vivendo nella stessa città e frequentando gli stessi luoghi, non ci incon- trammo più, ma io non avevo mai smesso di sapere qualcosa di lui dai giornali e non avevo nemmeno mai smesso di pensarlo. Non misi più piede all’ExSense, ma una volta alla settimana, di sera e possibilmente da sola, bevevo un flûte di Ruinart Rosé.

«Ciao Cleo», mi salutò Paolo con il suo solito tono basso di voce, profondo ma non dimesso.
Lo guardai per qualche istante confusa. Ero stupita, arrabbia- ta e felice. Sapevo che lui e Amadasi erano amici: il caso volle che Paolo in quei giorni fosse a New York per affari e che il suo amico lo avesse invitato a quella serata.

«Ciao Paolo», gli risposi tendendogli la mano. Lui me la strin- se e, per un attimo, mi sentii come se in testa mi fossero arrivate tutte le bollicine di champagne che avevo bevuto fino a quella sera pensando a lui. Poi mi liberai dal calore della sua mano e tornai a parlare con il collega di Wine Spectator.

«Dicevamo, Jo?»

«Dei competitor, ma non credo che avrete problemi per i vini italiani, almeno non per ora. Piuttosto, lo sai chi è la new entry tra gli attori che da noi si divertono a giocare ai vigneron?»

«No, racconta…», incalzai Jo per non pensare che Paolo era seduto di fronte a me dopo tanti anni e, come se non bastasse, non riusciva a togliermi gli occhi di dosso.

«Sam Neill, hai presente? L’interprete di Jurassic Park, Lezio- ni di piano e Ore 10: calma piatta. Ha una tenuta – la Two Pad- docks – nella regione di Central Otago, nella parte meridionale della Nuova Zelanda, e adesso ha deciso di aumentare la produzione per incrementare la presenza del suo vino in California. Devo dire che il suo Pinot nero non è niente male».

«Anche da noi ci sono un po’ di attori che fanno vino, ma non sono presi molto in considerazione. L’ultima novità, piuttosto, è che il vino sta cercando di farsi trainare anche dall’alta moda. In Sicilia, per dirne una, hanno appena inventato la “wine mo- del”».

La serata andò avanti così: io che parlavo fitto con Jo oppure con Zoe e Giovanni, Paolo che ascoltava e cercava di fare in modo che io gli rivolgessi la parola, ma non sarebbe stato facile dissolvere il muro che mi ero costruita tutt’attorno per proteg- germi dalla tentazione del suo sguardo, delle sue labbra, del suo fisico perfetto, del suo gesticolare che disegnava lenti e ipnotici arabeschi e, soprattutto, per non lasciarmi incantare dal feeling che, dopo anni, proprio perché naturale, quasi scritto nel nostro Dna, era rimasto immutato.
Mi alzai per andare a rinfrescarmi un po’ nelle suntuose toilet- tes del Le Cirque. Quando uscii Paolo era fuori ad aspettarmi.

«Cosa c’è?», gli chiesi secca guardandolo dritto negli occhi. «Devo parlarti, Cleo».

«E di cosa? Vuoi raccontarmi come è stato il giorno del tuo matrimonio o il viaggio di nozze? Oppure vuoi chiedermi come sono stata dopo che in un battito d’ali hai deciso di cancellarmi dalla tua vita?»

«Non ho mai sposato Antonella».
Quelle parole arrivarono come un’alta marea a inondare e poi trascinare a fondo tutte le mie certezze.

«Cosa hai detto?», chiesi con un filo di voce.

«Non mi sono sposato. Ho fatto saltare la cerimonia un mese prima delle nozze».

Stavo dritta davanti a lui con le braccia abbandonate lungo i fianchi e le mani strette a pugno: i miei occhi erano diventati delle fessure e la testa continuava a scuotersi da destra a sinistra e da sinistra a destra. Il mio silenzio spinse Paolo a proseguire. «Beh, dopo quella sera all’ExSense ho iniziato a riflettere e alla fine ho capito che se mi costava così tanto rinunciare alla tua presenza nella mia vita probabilmente c’era qualcosa che non andava. Ma soprattutto, ho provato a guardare con lucidità il rapporto con Antonella e ho iniziato a vedere tutte le cose che, probabilmente, non avevo visto prima: il troppo lavoro mi lasciava poco tempo per percepire davvero come sarebbe potuta essere una vita con lei. Allora mi sono preso il tempo necessario e ho capito. Lei non colmava i vuoti della tua assenza».

Ero incredula. Avevo mille pensieri in testa e altrettante domande, ma l’unica cosa che mi uscì fu una risata ironica, mista di nervosismo e di un pizzico di sollievo. Poi dissi con rabbia: «E perché non me lo hai detto? Perché non mi sei venuto a cerca- re?».
Il volto di Paolo si fece scuro e nei suoi occhi scomparve quel- la luce speciale che li aveva illuminati fino a pochi minuti prima, per lasciare il posto all’amarezza e alla tristezza.

«Avrei voluto chiamarti mille volte, anche un secondo dopo aver detto ad Antonella che non potevo sposarla, ma non sono mai riuscito a farlo. Mi vergonavo troppo di quello che ti avevo detto, di quello che ti avevo chiesto di fare. Tu pensavi che noi due non contassimo niente per me e invece non era così, ma con il mio comportamento te lo avevo fatto credere. Con che coraggio tornare da te? Cercarti di nuovo? Ho sperato di incontrarti per caso, anzi, ho provato in tutti i modi a frequentare i posti dove sapevo che andavi sempre: un incontro casuale mi sembrava l’unica soluzione possibile per riallacciare il nostro rapporto, ma non è mai successo…».
«L’inettitudine degli uomini», pensai. «Vergogna, coraggio, sensi di colpa: quando ti devono lasciare non si fanno tanti scru- poli, mentre quando devono tornare da te, guarda caso, tutti questi pensieri affollano la loro mente e li lasciano lì annichiliti, inermi, senza la grinta, l’umiltà e l’energia per lottare e conqui- stare di nuovo quello che si sono lasciati sfuggire». Tutto d’un tratto vidi Paolo in tutta la sua fragilità.
«È l’amore che ti fa diventare uomo», pensai. Alle spalle di Paolo intravedevo Amadasi e la passione che metteva nei suoi racconti enologici per intrattenere gli ospiti al suo tavolo. «Ed è sempre l’amore che ti fa diventare vignaiolo», aggiunsi alla mia considerazione. Poi mi chiesi: «Davvero desidero un uomo che non riesce a trovare dentro di sé la forza per cercare di avermi?»

«Le tue sono tutte scuse – gli dissi – e comunque non ha im- portanza, ormai». Gli accarezzai il viso un istante e poi mi dires- si verso il nostro tavolo, senza aspettarlo.

«Cleo – mi richiamò lui – non voglio perderti di nuovo…».

Allora mi voltai e con il mio più bel sorriso gli risposi, cal- ma, certa di affondare una lama che non sarebbe più riuscito a togliersi: «Vuoi la verità? Il fatto è che non hai mai avuto il coraggio di avermi davvero e, pertanto, non puoi nemmeno per- dermi». Poi andai a riprendere il mio posto tra Zoe e Jo, pervasa da una strana sensazione di leggerezza. Dopo tanti anni la que- stione in sospeso che mi trascinavo con Paolo, quella sera si era risolta: ero riuscita finalmente a mettere ordine in quella marea di sensazioni ed emozioni che erano frutto più che altro di una cosa che non aveva mai potuto esprimersi al cento per cento e che, soprattutto, aveva idealizzato una persona e una possibile storia d’amore. Restava un unico problema: cosa ci avrei fatto, adesso, con il Ruinart Rosé?

Leggi il nuovo capitolo di Sex and the Wine il 26 gennaio 2018, ore 18.

Tutti i diritti riservati.
Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro, senza l’autorizzazione scritta dei proprietari dei diritti e dell’editore.
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone e cose realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale e frutto della fantasia dell’autore.

Scopri il sequel di Sex and the Wine… il nuovo romanzo Tutta colpa di un Ruinart Rosé


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Rosso Mediterraneo, a Roma un pomeriggio con il Primitivo di Manduria

by venerdì, gennaio 19, 2018

Le aziende del Primitivo di Manduria fdanno appuntamento per la prima volta a Roma. “Rosso Mediterraneo”, questo il titolo dell’evento romano dedicato alla Doc più amata della Puglia.

L’evento, promosso dal Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria e organizzato dall’associazione GnamGlam, si svolgerà domenica 21 gennaio nella Capitale a partire dalle 15 presso l’Hotel Savoy, via Ludovisi 15 (traversa di via Veneto). Diverse le aziende vitivinicole provenienti dalle province di Taranto e Brindisi pronte a presentare le loro perle enologiche a pubblico selezionato e competente.

Dalle 16.30 alle 22.30 le porte si apriranno al pubblico di enoapassionati che potranno così conoscere le diverse aziende con le loro etichette di Primitivo di Manduria abbinate a prodotti gastronomici.

“Il Primitivo di Manduria non è più una novità ma una colonna portante del comparto enoico non solo pugliese ma anche italiano. – affermano Roberto Erario e Adriano Pasculli de Angelis, presidente e direttore del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria – È un vino che non conosce crisi con volume d’affari intorno 100 milioni di euro. L’export rappresenta il 60-70% della produzione vendibile e i mercati maggiori sono Sud Est Asiatico, Europa, Canada, Usa, Cina, Giappone, Russia, Brasile, Regno Unito e Vietnam”.

Per informazioni sull’evento romano è possibile telefonare al numero 366.9714107 o inviare una email a gnamglam@gmail.com

Le aziende del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria partecipanti:

Agricola Erario

Cantine Lizzano

Cantine San Marzano

Cantolio

Feudi San Gregorio

Masca del Tacco

Plinania

Produttori di Manduria

Vespa Vignaioli per Passione

Vigne Monache

www.consorziotutelaprimitivo.com

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Coldiretti: la situazione vino in Italia tra boom di enoteche e aumento dei consumi

by mercoledì, gennaio 17, 2018

Una crescita del 13% in cinque anni delle enoteche in Italia con la presenza di 7.300 “oasi del vino” lungo tutta la Penisola. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti e della Camera di commercio di Milano dalla quale si evidenzia la crescente attenzione alla qualità negli acquisti di vino che è diventato una espressione culturale da condividere con amici e parenti. I tre capoluoghi con il più alto numero di punti vendita sono – sottolinea la Coldiretti – Napoli con 546, Roma con 482 e Milano con 264, ma le città dove si registra la crescita maggiore sono Bologna (+170%), Foggia (+68%), Verona (+66%), Cuneo (+65%), Messina e Milano (63%). Forte – precisa la Coldiretti – la presenza femminile con le donne alla guida in più di una enoteca su quattro (27%) mentre il 12% sono gestite da giovani soprattutto al Sud con un punte del 25% a Taranto e del 20% a Catania e Palermo.

Una tendenza che conferma una decisa svolta verso la qualità con il vino che – continua la Coldiretti – è diventato l’emblema di uno stile di vita “lento”, attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi, da contrapporre all’assunzione sregolata di alcol”. Lo dimostra – precisa la Coldiretti – il boom dei corsi per sommelier, ma anche il numero crescente di giovani ci tiene ad essere informato sulle caratteristiche dei vini e cresce tra le nuove generazioni la cultura della degustazione consapevole con la proliferazione di wine bar e un vero boom dell’enoturismo che oggi genera un indotto turistico di quasi 3 miliardi di euro l’anno ed ha conquistato nell’ultima manovra il suo primo storico quadro normativo. Nell’ultimo anno 16,1 milioni di italiani hanno partecipato a eventi, sagre, feste locali legate in qualche modo al vino e tra questi molti giovani a dimostrazione della capacità del nettare di bacco di incarnare valori immateriali e simbolici collocandosi sulla frontiera più avanzata di un consumo consapevole, maturo, responsabile, molto orientato alla qualità materiale e immateriale del prodotto.

E’ in atto – continua la Coldiretti – una rivoluzione sulle tavole degli italiani con i consumi di vino che dopo aver raggiunto il minimo a 33 litri pro capite nel 2017 hanno invertito la tendenza con un aumento record degli acquisti delle famiglie del 3%, trainato dai vini Doc (+5%), dalle Igt (+4%) e degli spumanti (+6%) mentre calano gli acquisti di vini comuni (-4%). Se i consumi interni sono attestati sui 4 miliardi di euro il vino – continua Coldiretti – è anche uno dei prodotti preferiti dai turisti stranieri in Italia e dai consumatori all’estero considerato che nell’anno appena trascorso l’export è cresciuto del 7% sfiorando la cifra record di 6 miliardi di euro. Le vendite all’estero – rileva la Coldiretti – hanno avuto un incremento in valore del 6% negli Usa che sono di gran lunga il principale cliente anche se per il 2018 pesa l’impatto del super euro che ha raggiunto il massimo da tre anni. L’aumento è stato – continua la Coldiretti – del 3% in Germania e dell’8% nel Regno Unito che nonostante i negoziati sulla Brexit resta sul podio dei principali clienti. In termini di aumento percentuale però la migliore performance con un balzo del 47% viene fatta registrare dalla Russia dove il vino è uno dei pochi prodotti agroalimentari Made in Italy non colpiti dall’embargo.

E tutto questo – conclude Coldiretti – nonostante una vendemmia che ha visto dire addio a una bottiglia su 4 a causa del calo della produzione anche se l’Italia mantiene comunque il primato mondiale, davanti alla Francia, con circa 40 milioni di ettolitri destinati per oltre il 40 per cento ai 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc) e ai 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), il 30 per cento ai 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 per cento a vini da tavola.

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Taste of Courmayeur, prima edizione dal 26 al 28 gennaio

by mercoledì, gennaio 17, 2018

Taste of, dopo la città della moda e la Capitale si trasferisce in alta quota tra le vette innevate del Monte Bianco con un format trasformato per abbracciare le due anime della suggestiva località valdostana, dove tradizione e glamour si incontrano.

Taste of Courmayeur, dal 26 al 28 gennaio, all’interno del Courmayeur Mountain Sport Center proporrà una travolgente giostra gourmet “on ice”, ricca di colori, luci e musica, in cui i visitatori potranno assaporare tutti i profumi e i sapori della Valle e d’Italia.

Anche in vetta, il format dei Taste Festivals rimane il medesimo: 6 ristoranti, 6 Chef da tutta Italia, 1 grande menu da scoprire, 2 giornate all’insegna dell’intrattenimento della qualità.

Si riconferma forte la partnership con i JRE, Jeunes Restaurateurs, associazione che si propone di unire sotto il proprio cappello chef, tradizione e cultura del cibo proveniente da ogni angolo d’Italia. Gli chef si propongono di rappresentare la cucina italiana, rinomata ed esportata in tutto il mondo, sviluppandola in un contesto senza pari, da ingredienti genuini e profumati, come la sua terra. Gli Chef che schiereranno in campo saranno: – Giulio Coppola del Ristorante La Galleria di Gragnano, – Daniele Usai del Ristorante Il Tino di Fiumicino – Cristian Santandrea e Maria Probst de La Tenda Rossa di Cerbaia in Val di Pesa – Paolo Trippini del Ristorante Trippini a Civitella del Lago.

Dopo Taste of Milano 2017, ritroviamo in vetta la Langosteria con gli chef Domenico Soranno e Denis Pedron: qui, il ristorante si propone come uno stile, ma anche come un concetto, una visione e dei valori autentici. È eccellenza, gusto, ricercatezza e ritmo. Un’idea di ristorazione tutta italiana, con un tocco d’internazionalità per assaporare il mare a Courmayeur.

A rappresentare il territorio un piccolo ristorante, una piccola gemma ricavata da un’antica casa del 1600, dove pietra e legno creano un’atmosfera accogliente, calda e famigliare, tipicamente montana: Café Quinson – Restaurant de Montagne di Morgex con lo chef Agostino Buillas. La sua cucina sperimenta nuovi sapori, audaci accostamenti, tecniche innovative, senza tralasciare le ricette tipiche del territorio, che rielabora sapientemente, utilizzando prodotti del territorio. 24 piatti in formato degustazione ideati per l’occasione, con prezzi variabili tra i 6 e i 10 Scudi per un menu che potrà essere esaltato da pregiati vini e birre proposti dall’Enoteca Trimani e accolti nel calice ufficiale dei Taste Festival Italiani di casa Pasabahce. Per rendere tutte le transazioni rapide e semplici basterà ricaricare la Card Scudi (consegnata all’ingresso), dove ogni Scudo ha il valore di 1,00 € (1 Scudo = 1 Euro).

Per la prima volta, Taste of si trasforma e si propone come una vera e propria festa dei sensi, caratterizzata in modo differente nell’arco delle giornate. Dalle 12:00 alle 16:00 daytime ad accesso libero per scoprire tutti i segreti dell’alta cucina grazie alle molteplici attività proposte mentre dalle 18:30 alle 24:00 prenderà vita un vero e proprio “Après-ski” con accesso a pagamento, per un party dove le attività educative lasceranno il posto al puro intrattenimento.

Se di giorno potrete mettere le mani in pasta grazie a laboratori di 30 minuti, presso la ChefMoi coordinati da Sonia Del Mastro, una scuola di cucina completamente attrezzata per 8 partecipanti a corso, la sera le luci si abbasseranno per un’esclusiva Chef’s Table sul ghiaccio durante la quale uno chef del territorio si affiancherà ad uno chef dal resto d’Italia per un menu a quattro mani. Protagonisti di questa esclusiva attività saranno: -venerdì 26 gennaio: Alessandro Buffolino di Acanto – Hotel Principe di Savoia / Filippo Oggioni di Dandelion -sabato 27 gennaio: Claudio Brigati di La Chaumière / Eugenio Boer -domenica 28 gennaio: Mateus Ávila Lobo Coehlo di Albufera / Stefano Lorusso dell’Hotel Gran Baita

Se invece vorrete vivere a pieno la vera atmosfera di benessere di montagna, potrete entrare nel magico mondo della Relax Lodge creato in collaborazione con FoodNetwork e QC Terme. Uno spazio caldo e intimo pensato e dedicato a chi ricerca il relax per gustare nella massima tranquillità l’evento. Un ambiente dove sentirsi coccolati e gustare l’evento, un goloso omaggio offerto da FoodNetwork e il Cocktail del Benessere QC Terme creato in esclusiva. Lo spazio, dotato di un maxi schermo per guardare gli highlights dei programmi di punta di Food Network, è il luogo ideale per assaporare l’arte dell’accoglienza firmata QC Terme.

Il buon bere, la convivialità e l’atmosfera di festa saranno coniugate durante il festival nel Cocktail Bar by SkiBox e con la collaborazione di ABI Professional che coinvolgerà il visitatore nel grande mondo della cocktailerie e della mixology. Durante le giornate di sabato e domenica, ABI Professional crea un palinsesto di attività con focus sui liquori del territorio grazie a mini lezioni. Dall’orario aperitivo, l’evento si trasforma in un vivace “after ski” ricco di stile, musica e divertimento dove il Cocktail Bar by SkiBox sarà uno dei protagonisti con le sue proposte innovative grazie a una carta dei cocktail accompagnata piccole ricette di street food calde e fredde.

Nella Taste Lounge, gli acquirenti del biglietto gourmet e double deluxe potranno sia degustare sia acquistare le migliori bollicine di montagna firmate Ferrari Trento, per un brindisi ad alta quota.

I visitatori potranno godersi la festa di Taste of Courmayeur sulle note della band Morblus Funk & Soul Explosion, in un concerto di musica e sapori unico. La Morblus Band si caratterizza per l’impatto “live” travolgente: un equilibrio tra tecnica ed anima oltre che originalità negli arrangiamenti e un repertorio accattivante. A Taste of Courmayeur la Morblus ospita la giovane cantante Justina Lee Brown e lo straordinario Sir. Waldo Weathers, sassofonista e vocalist che ha accompagnato James Brown nei suoi ultimi dodici anni e da lui etichettato “The Pope of Funk”. A seguire travolgenti dj set a intrattenere gli ospiti che saranno firmati nella serata di sabato sera dal dal dj Giorgio Guerra del locale Shatush.

Taste of Courmayeur è l’unico evento dove alta cucina, i migliori sapori d’Italia e musica sono protagonisti e si fondono per dare vita a un vero e proprio “After-Ski ad alta quota.

IL BIGLIETTO DI TASTE OF COURMAYEUR Prevendite disponibili su www.tasteofcourmayeur.it E presso: – Alpissima Hotel Cresta et Duc, Alpissima Hotel Grand Baita – Courmayeur Ski & Snowboard school Plan Checrouit – Courmayeur Incoming di Viale Marconi, 4 – QC Terme Pre Saint Didier

TASTE OF COURMAYEUR IN BREVE Dove: Courmayeur Mountain Sport Center, Via dello Stadio, 2 – 11013 Courmayeur Quando: dal 26 al 28 Gennaio 2018 Organizzazione BEIT EVENTS srl sede operativa: Via Ripamonti, 44 20141 MILANO (MI) P.IVA 06889150964

Facebook fan page: www.facebook.com/tastefestivalsitalia/ Instagram: www.instagram.com/tastefestivalsitalia Twitter: www.twitter.com/TasteOf_IT Hashtag ufficiale: #tasteofcourmayeur

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Wine&Siena 2018

by martedì, gennaio 16, 2018

Oltre 150 produttori all’interno di un evento diffuso in location prestigiose dedicato alle eccellenze enologiche e alla valorizzazione dei terroir nella più medievale delle città italiane.

In degustazione oltre 500 vini.

Sono questi gli ingredienti della terza edizione di Wine&Siena, dal 26 al 28 gennaio propone tre giorni a passeggio nel Medio Evo, per scoprire i migliori produttori vitivinicoli italiani, artigiani del gusto, prodotti tipici di eccellenza, tutti selezionati per il livello qualitativo dei loro prodotti. L’esclusività della formula di Wine&Siena, infatti, consiste nel fatto che tutti i produttori sono stati selezionati tra i vincitori degli annuali The WineHunter Award.

Anche quest’anno ci saranno masterclasses, showcooking, convegni con l’Università di Siena e momenti di approfondimento legato al food.

La manifestazione L’ingresso costa 45 euro, 30 per l’ingresso dalle 15. E’ possibile fare un abbonamento valido per l’ingresso sui due giorni al costo di 60 euro. Oltre alla possibilità di degustare i migliori prodotti del territorio durante i due giorni della manifestazione, il programma prevede il 26 gennaio, presso il Santa Chiara Lab dell’Università degli studi di Siena, il convegno “Wine Job, i professionisti al servizio delle eccellenze del territorio”, alle 10,30: questo è l’evento con cui di fatto prende il via Wine&Siena. Alle 20, la Small Plates Gala presso il Rettorato dell’Universitàdi Siena (costo 50 euro). Sabato 27 gennaio, dalle 11 alle 19.30, si aprono i percorsi enogastronomici a Rocca Salimbeni, Grand Hotel Continental- Starhotels Collezione e a Palazzo Pubblico di Siena. Dal pomeriggio, showcooking al Consorzio Agrario: alle 13.30 “Focus sulla pasta” (costo 15 euro), alle 17 “Verticale di prosciutto e bollicine” (costo 20 euro), alle 20 “Chianina di sera” (costo 20 euro). Per info e prenotazioni è già possibile chiamare ai numeri 0577 2301 – 0577 230265. Sempre il 27 gennaio, alle 15.30, nell’Aula Magna del Rettorato il convegno “Wine Identity Il valore della sostenibilità” e dalle 14 alle 17, presso l’Aula Magna storica del Rettorato, le masterclasses dedicate al mondo del vino. Alle 20, presso l’Enoteca Italiana, la Cena di Gala in collaborazione con FIPE. Domenica 28 gennaio la manifestazione riaprirà alle 11 con i percorsi enogastronomici che si articolano nei palazzi storici protagonisti della manifestazione. Dalle 15 alle 17, masterclasses all’Aula Magna Storica del Rettorato.

La biglietteria e le proposte collegate all’evento Wine&Siena sono già prenotabili telefonando a Gourmet’s International al numero 0473 210011. Informazioni, biglietti prenotazioni sul sito ufficiale www.wineandsiena.it e www.vivaticket.it. Per informazioni è possibile chiamare anche Wein Vino  Wine allo 0577 600392, in strada di Pescaia 67 a Siena. Hashtag della manifestazione: winesiena2018. La manifestazione è su Fb alla pagina WineHunter.

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L’importanza del bicchiere per il vino. Con degustazione di Mondavi, Gallo e e Penfolds

by lunedì, gennaio 15, 2018

Quanto è importante il bicchiere per il vino? Se siete dei veri follower di Geisha Gourmet sapete rispondere bene a questa domanda. Lo avete letto più volte sul blog, lo avete sentito in uno dei miei wine tutorial a Detto Fatto 3 Rai2, lo avete trovato perfino nel mio ultimo romanzo Tutta colpa di un Ruinart Rosé, nelle 5 Regole del vino di Andrea Zarri.

E ora ve lo dicono anche i sommelier di AIS Veneto che portano a Venezia la tradizione vetraria dell’azienda Riedel con l’evento “RIEDEL: il bicchiere, uno strumento di precisione”. In programma per mercoledì 17 gennaio 2018 presso il Novotel Venezia Mestre Castellana, la degustazione ospiterà i vini delle aziende vitivinicole californiane Robert Mondavi e Gallo, e della cantina australiana Penfolds.

La scelta del calice sarà il fulcro del tasting condotto da Georg Riedel, proprietario dell’omonima azienda austriaca che da dieci generazioni è un’autorità nel mondo dell’arte vetraria per la ristorazione e la sommelierie. Proprio Riedel è colui che, più di trent’anni fa, ha ideato la serie Vinum, prima linea di bicchieri realizzati a macchina pensati per le diverse tipologie di vino. I partecipanti alla degustazione avranno a disposizione tre calici della linea Riedel Veritas realizzati per Cabernet/Merlot, Pinot Nero New World e Syrah Old World.

I tre vini proposti durante il tasting saranno: Napa Valley Cabernet Sauvignon 2013 dell’azienda Robert Mondavi, Bin 128 Coonawarra Shiraz 2014 del produttore Penfolds, e Signature Series Santa Lucia Highlands Pinot Noir 2013 della cantina Gallo. In conclusione, una bollicina “inaspettata”.

“Scopo dell’evento – spiega Gianpaolo Breda, delegato AIS Veneto della provincia di Venezia – è quello di analizzare quanto il bicchiere può fare la differenza durante una degustazione. Siamo felici di poter ospitare un’eccellenza in questo campo come Georg Riedel per analizzare uno strumento a cui non sempre il consumatore dà la giusta importanza”.

La degustazione avrà inizio alle 19.45 ed è rivolta prevalentemente ai degustatori ufficiali e al gruppo servizi AIS, dato il carattere formativo dell’evento, ma anche ai soci e ai simpatizzanti.

Info e prenotazioni sul sito di AIS Veneto: www.aisveneto.it

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I numeri del vino italiano nel 2017

by lunedì, gennaio 15, 2018

Vino in Cifre 2018, edito da Unione Italiana Vini in partnership con l’Osservatorio del Vino e in collaborazione con l’Associazione Italiana Sommelier, fa il punto della situazione del mercato del vino italiano nell’anno appena concluso (la ricerca è liberamente scaricabile in formato PDF a questo link).

Vediamo i dati riassuntivi e salienti:

Il consumo di vino nel mondo: 281 milioni di ettolitri su un totale alcolici di 2,5 miliardi (11%)
Il primo Paese per consumi di rosso: La Cina (16 milioni di ettolitri)
Il primo Paese per consumi di bianco: Gli Usa (13 milioni di ettolitri)
Il primo Paese per consumi di spumanti: La Germania (3 milioni di ettolitri)
Primo esportatore a valore di spumanti: Francia (3,2 miliardi di dollari). Ma l’Italia è quella con i tassi di crescita più alti: +13%
Il primo fornitore di vino in bottiglia nell’UE: Il Cile (1,6 milioni di hl)
La regione più vitata in Italia. Sicilia: 99.000 ettari su un totale di 646.000
La regione che è cresciuta di più negli ultimi 15 anni. Veneto: 87.000 ettari (+13.200)
La superficie del vigneto biologico in Italia. 104.000 ettari, il 16% sul totale, di cui 39.000 in Sicilia
La varietà più prodotta nel 2017. Glera (19 milioni di barbatelle)
Numero di bottiglie di vino Dop prodotte nel 2016. 1,1 miliardi
La Dop più imbottigliata in assoluto. Prosecco Doc (410 milioni di bottiglie nel 2016)
Il peso delle prime 5 Dop sul totale imbottigliato a denominazione di origine. 44% (Prosecco Doc, Chianti, Montepulciano d’Abruzzo, Prosecco Superiore CV, Asti/Moscato)
Prime 5 destinazioni vini fermi bottiglia italiani. Usa, Germania, UK, Canada, Svizzera
Prime 5 destinazioni spumanti. UK, Usa, Germania, Svizzera, Francia
Prime 5 destinazioni frizzanti. Germania, Usa, Austria, Messico, UK
Prime 3 destinazioni vini bag-in-box. Svezia, Norvegia, UK
La quota valore del Prosecco sull’export Italia. 60% su totale spumanti, 13% su totale export Paese (dato settembre 2017, 550 milioni di euro)
Primo fornitore di vini in bottiglia e spumanti in Italia. Francia. Prezzo medio 21 euro/litro spumante, 4,90 vini in bottiglia
Primo fornitore di vino sfuso in Italia. Spagna. Prezzo medio 0,39 euro/litro
Il consumo pro capite di vino in Italia. 36 litri (31 la birra)
Quota dei consumatori di vino sul totale popolazione. 52% (28 milioni di persone)
Consumatori quotidiani. 13 milioni contro 15 di saltuari
Spesa annua in vino delle famiglie italiane. 4 miliardi di euro

“Soddisfacenti, ma non vincenti. Definirei così i numeri del vino italiano di questo 2017, fotografati da ‘Vino in Cifre 2018’, l’annuario del Corriere Vinicolo, edito da Unione Italiana Vini in partnership con l’Osservatorio del Vino. I dati ci consegnano un anno complesso per il settore che ha ritrovato un’ottima spinta nel mercato interno, con la ripresa dei consumi confermata durante le festività natalizie, ma ha sofferto in competitività sul fronte export, dove siamo stati rallentati da un sistema burocratico e amministrativo che ha causato la nostra perdita di leadership in Usa. Il 2018 rappresenta quindi una nuova sfida, che siamo pronti ad accogliere per un nuovo salto di qualità del nostro comparto”.

Con queste parole Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, commenta i numeri del settore vitivinicolo nazionale, fotografati dai dati statistici elaborati dal Corriere Vinicolo nell’ottava edizione dell’annuario Vino in Cifre. Nelle 72 pagine di tabelle, grafici ed elaborazioni esclusive, viene presentata l’evoluzione del settore vitivinicolo a livello mondiale, europeo e italiano: dal potenziale produttivo ai consumi, dal commercio ai prezzi e, novità quest’anno, la sezione “Vino in Cifre Bio”, dedicata al segmento dei vini biologici.

“Se la scarsa produzione del 2017 sta facendo sentire i suoi effetti sul fronte prezzi, con ripercussioni potenzialmente negative sui mercati internazionali – aggiunge Paolo Castelletti, segretario generale UIV – il settore sta però assistendo ad un risveglio della fase produttiva, con richieste di nuovi impianti che stanno contribuendo a compensare l’erosione strutturale delle superfici. Infatti, pur con un sistema autorizzativo che ha mostrato diverse problematiche nei primi anni di applicazione, abbiamo finalmente un ‘vigneto Italia’ che si sta stabilizzando attorno ai 640.000 ettari. Un dato che ci fa ben sperare per il futuro, soprattutto se i correttivi che abbiamo richiesto al Ministero saranno implementati nel bando 2018, consentendo alle imprese di ottenere le superfici necessarie a realizzare i propri progetti”.

“La messa in sicurezza del potenziale in vigna va però difesa puntando su una migliore qualità delle nostre vendite – precisa Ernesto Abbona. Se possiamo, infatti, dirci soddisfatti delle prestazioni del comparto spumanti – a settembre in Gran Bretagna abbiamo per la prima volta superato i francesi anche in termini valoriali, a quota 179 milioni di sterline (+24%) – e delle prestazioni dei vini in bottiglia italiani in Cina e in Russia, c’è molto invece da fare per tornare ad essere leader in mercati strategici come gli Usa, dove stiamo patendo il ritorno dei vini francesi e il successo di quelli neozelandesi. E’ quindi importante – conclude il presidente Abbona – tornare ad investire come Sistema Paese sul vino italiano, avendo il supporto delle Istituzioni in una logica di sinergia, e a riflettere come filiera unita, attuando strategie di lungo termine che valorizzino tutti i soggetti coinvolti”.

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