Bollicine Francia e Italia: fioccano i dati e non se ne viene a capo

Mai come in questo periodo dell’anno si parla di bollicine. Un po’ perché è ancora questo il momento in cui si gioca la più grossa partita delle vendite, un po’ perché l’aria di brindisi – per chi non è abituato ad andare a bollicine tutto l’anno come GG – chiama ora più che mai l’effervescenza di spumanti e champagne. E allora ognuno dice la sua e snocciola i dati. Partiamo dal fatto che lo spumante italiano ha superato lo champagne: notizia lanciata nelle scorse settimane, ma con un vizio di fondo, perché lo champagne è un metodo classico, mentre le bollicine italiane che consentono di superare le quantità francesi sono Prosecco o altro, in autoclave. Ben altra storia ed altra cosa. Leggendo i vari comunicati con i dati, non si capisce molto e, onestamente, quanto ci interessa? L’importante non è forse bere bene, Francia o Italia che sia? La cosa a cui tenere non è magari più che altro che le bollicine di casa nostra siano sempre più buone?

Ma fatte queste due brevi considerazioni, giornalisticamente non posso che fornirvi gli ultimi dati freschi freschi e frizzanti. I primi sono quelli ufficializzati dall’Osservatorio Economico Vini Effervescenti di Giampiero Comolli, che dichiara «sono previsti che voleranno solo 3,7 milioni di tappi di champagne (erano 3,9 nel 2009, 4,5 nel 2008 e 5,1 nel 2007)». I secondi, quelli di Comitè Champagne di Milano, parlano invece di una crescita dell’8,8% di consumo delle bollicine francesi in Italia, nel primo trimestre 2010. Quindi lo champagne ha subito un crollo negli altri 9 mesi? Possibile?

I DATI DELL’OSSERVATORIO ECONOMICO VINI EFFERVESCENTI…

Fine d’anno 2010 all’insegna dei vini effervescenti italiani. Stimato in Italia un consumo di 97 milioni di bottiglie di produzione nazionale (circa 4 milioni di bottiglie importate), per una spesa complessiva prevista di 720 milioni di Euro. Ben 60 milioni stappate nella sola notte di Capodanno. Stabile rispetto al 2009. All’estero nei giorni di feste di fine-anno volano 150 milioni di tappi (+10% rispetto al 2009) su un totale di 226 milioni di bottiglie esportate. Per il 98% saranno vini “ spumeggianti” ottenuti con il metodo italiano di produzione.

Emozioni e voglia di stare bene con gli amici  – dice Giampietro Comolli, che da 20 anni monitorizza – www.ovse.org –  i consumi delle bollicine italiane – sono le motivazioni d’acquisto di una bottiglia di bollicine. Nel mondo si consumano 2,6 miliardi di bottiglie di spumanti l’anno e l’Italia con 226 milioni di bottiglie è diventato il primo esportatore al mondo ”.

Ancora importanti i consumi nazionali concentrati nei 25 giorni a cavallo fra le festività di dicembre e gennaio. Si stappano quasi il 68% di quelli consumati nell’intero anno. Negli ultimi tre anni sono stabili i consumi durante le feste di fine anno in Italia. In dieci anni (2000-2010), invece, sono cresciuti del 100% quelli durante gli altri mesi dell’anno (da 25 a oltre 50 milioni di bottiglie consumate) Così incrementando la destagionalizzazione dei consumi nazionali.

I vari sondaggi – www.ovse.org –  segnalano anche quest’anno una voglia di bollicine per augurarsi sotto il vischio un 2011 migliore, di lavoro, di stabilità e di certezze. Leggermente meno rispetto a fine anno 2009, ma le stime possono essere smentite perché sono in corso gli ultimi acquisti. Vincerà il last minute e gli scaffali di enoteche e Gdo si svuoteranno, stanno crescendo negli ultimi giorni gli acquisti in Gdo (+6%).

Piace sempre di più il regalo di una bottiglia di bollicine: meno cesti (un ulteriore -10% oltre al calo già registrato nel 2009), ma più monoconfezione di bollicine rigorosamente made in Italy (+5%).

Si conferma un calo di bottiglie stappate nei ristoranti e ai cenoni, causa la riduzione delle prenotazioni, scende il consumo fuori casa a tavola (-4%). In crescita gli happy hours e la mescita ai winebar: dalle 19 alle 23 crescono i locali che propongono bollicine e stuzzichini caldi e corposi. Principali consumatori fuori casa e fuori pasto, i giovani fra i 18 e i 35 anni: un calice di bollicine, per socializzare e fare amicizia. Secondo gli intervistati, con “gusto e misura”, meglio delle conoscenze interattive!!

Il 65% dei consumatori abituali dichiara che negli ultimi tre anni hanno aumentato i consumi di bollicine soprattutto a tavola, non solo a feste e ricorrenze quindi puntando sulla destagionalizzazione e con abbinamenti liberi a tavola.  Le tipologie brut (secco) e il dry(aromatico) coprono oltre il 70% dei brindisi di fine anno, cioè 42 milioni di bottiglie. Aumenta sempre più la riconoscibilità del valore e della qualità del prodotto nazionale a scapito delle importazioni. Per fine anno sono previsti che voleranno solo 3,7 milioni di tappi di champagne (erano 3,9 nel 2009, 4,5 nel 2008 e 5,1 nel 2007). “Il mercato mondiale – sostiene Comolli – riconosce una qualità e un valore più alto del passato per le bollicine italiane.  Il marchio made in Italy a tavola funziona, si sostituiscono altri vini anche con più storia, perché la leva del prezzo è fondamentale,insieme alla diffusione, alla reperibilità nei punti vendita, etichette chiare e una tipologia di prodotto più  in linea con i gusti internazionali, di più immediato approccio. Più la destagionalizzazione cresce, più aumentano i consumi”.

… E QUELLI DEL COMITE’ CHAMPAGNE

I dati confermano la tendenza positiva anche per l’Italia, con una crescita dell’8,8% nel primo semestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Gli italiani si confermano consumatori molto legati ai grandi marchi: l’85% è infatti la quota di mercato detenuta dalle Maison, i vigneron e le cooperative detengono rispettivamente il 9% e il 6% del mercato. Nel 2009 sono giunti in Italia 466 marchi di champagne, segno dell’attenzione e della ricerca costante che gli italiani dedicano allo champagne.
I gusti degli italiani si distinguono nel panorama mondiale del consumo di champagne per la particolare domanda di bottiglie di pregio. I millesimati, vini ottenuti da uve di una sola vendemmia, rappresentano da soli il 7% delle importazioni. Le cuvée speciali, che costituiscono il top di gamma di ogni produttore (come il Dom Perignon per intenderci), detengono il 5% del mercato italiano e infine gli cahampagne rosé continuano la loro crescita sostenuta attestandosi nel 2009 al 6% del mercato.

Le vendite di champagne alla fine di ottobre 2010 sono in crescita del 12,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In particolare le spedizioni verso i paesi dell’Unione Europea registrano un rialzo del 22%. I Paesi terzi (fuori dall’UE) registrano una crescita ancora più sostenuta con un +32,8%.

Gli ultimi dati disponibili confermano la tendenza positiva anche per l’Italia, con una crescita dell’8,8% nel primo semestre rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Per lo champagne l’Italia è il quinto mercato al mondo a volumi e il quarto a valore. Nel 2009 l’Italia aveva importato 6,8 milioni di bottiglie di champagne, collocandosi dopo Regno Unito, Stati Uniti e Germania per valore delle importazioni.

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Commenti

    • Angelo
    • 31 Dicembre 2010

    Nessuno rompe il ghiaccio? Bene, sono d’accordo con le perplessità espresse da GG sulla poca chiarezza degli ultimi comunicati “spumantistici” che sconfinano nella mistificazione dei dati. La chiarezza nella comunicazione è fondamentale per il consumatore o almeno dovrebbe essere così. Certo, stasera salteranno milioni di tappi, ma con domani si ripresenterà il problema della destagionalizzazione dei consumi ed il cerchio è già chiuso. Nuovamente. Ci resta poco: la notizia dell’ineffabile Comolli che definisce “aromatico” il dry e gira attorno alla negletta parola “spumanti” chiamandoli bollicine, vini effervescenti et similia invece di darsi da fare per impostare un nome che finalmente faccia chiarezza nel variegato mondo spumantistico italiano. Il resto sono parole che, se servono a far allungare la mano su un’etichetta invece che su un’altra al momento dell’acquisto, non smuovono di un punto il miserabile dato del consumo pro capite nazionale. Per raddoppiare questo dato basterebbe informare gli italiani che esiste l’Asti (Piemonte) per il dessert, il Prosecco (Veneto) per i momenti non troppo impegnativi, il classico per i momenti più importanti(serve un cognome tipo Talento per BZ, TN, BS, PV e poco altro), omettendo gli altri che non si rifanno a tradizionali territori di produzione.
    La Franciacorta non ci sta? Senza un progetto unitario non si può pretendere che il territorio leader del classico(sono loro che hanno superato Trento) si muova per confondersi con altri. E’ Trento che, messa via l’autoreferenzialità, ha il boccino in mano per dimostrare leadership con apertura, lungimiranza, italianità “alta” con un progetto rispettoso per tutti gli storici aventi diritto. Va da sè che per essere credibili, bisognerebbe contemporaneamente far ordine in casa propria con un piano più concreto delle parole al vento che si sentono da troppo tempo.
    Così, tanto per dare qualche certezza in più anche ai produttori trentini di quei 300 mila quintali di Chardonnay che oggi non mi sembrano “nè fodradi, nè imbastidi” in prospettiva futura.
    Cin, cin ad un proficuo 2011!

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