Processo alla Sbrisolona

Capita, in un mondo in cui tutti querelano tutti, che sul banco degli imputati possa salire anche un dolce. E’ capitato qualche giorno fa alla Sbrisolona, regina della tradizione dolciaria del mantovano, la torta fatta di “briciole” che trova le sue origini prima del ‘600 quando arrivò anche alla corte dei Gonzaga, protagonistsa della prima edizione di  Sbrisolona&Co., il festival dedicato alla sbrisolona e ai dolci tipici italiani.

Così la Sbrisolona, durante il festival, si è presentata in tribunale davanti al giudice Giacomo Cecchin assistito dal cancelliere Angelo Giovannini, la SBRISOLONA a tutti nota come un dolce tipico mantovano, dalla particolare caratteristica dalla quale prende anche il nome: da ‘sbrisa’ che significa ‘briciola’ perché, di natura assai friabile, quando incontra qualcuno da vicino si sbriciola tutta.

Nella ricetta originale a base di mandorle e un impasto di farina di mais, zucchero, strutto e burro, la Sbrisolona ha origini contadine ma ebbe la fortuna di salire fino alla corte dei Gonzaga e di divenire, grazie all’intervento del cuoco ducale Bartolomeo Stefani, sempre più famosa e apprezzata ben oltre le mura di Mantova.

Si dice sia molto buona con chi le si avvicina, ma anche molto nutriente e saziante, ideale per fornire energia, forse perché nata da ingredienti tipici dell’alimentazione contadina bisognosa del lavoro nei campi.

È nota anche come torta delle tre tazze, misura utilizzata per dosare gli ingredienti nella preparazione.

I capi d’imputazione sono stati svariati:

1 – elementarità: non ha una complessità degna di molti altri dolci di pregio

2 – dubbia identità/promiscuità: si sentono citare tante versioni, non è ben chiaro chi sia davvero;

3 – eccessiva friabilità: mangiarla richiede pazienza e sopportazione per l’incredibile produzione di briciole;

4 – insalubrità: è indubbio che, in quanto dolce, con i suoi zucchero, burro e perfino strutto, l’imputata non sia affatto salubre;

5 – rusticità grammaticale e fonetica: questo nome dialettale, buffo, quasi goffo;

6 – antiesteticità: burro e altre componenti possono creare inestetismi sgadevoli.

Per un processo di tutto rispetto il dibattito si è aperto con il Pubblico Ministero Edoardo Raspelli e l’Avvocato difensore Stefano Scansani.

Ad accusare la sbrisolona svariati testimoni che si sono alternati alla sbarra tra cui Dr.ssa Barbara Filosininutrizionista, consulente squadre sportive professionali, docente di educazione alimentare, Maurizio Rancati, medico chirurgo dentista specialista che ha esposto valide motivazioni di pericolo per i denti, Mirco Della Vecchia, presidente dell’Associazione Cioccolatieri Artigiani che presenta la Sbrisolona come un dolce troppo semplice, povero senza crema, senza panna o senza l’elemento per lui fondamentale nei dolci come il cioccolato.

A difendere la Sbrisolona invece si sono presentati alla sbarra Marco Antoniazzi, Maestro pasticcere mantovano doc legato alla tradizione, Wainer Mazza cantastorie da 50 anni, cultore delle tradizioni che reputa la sbrisolona una contadina a corte e Alberto Balestrazzi, imprenditore sociale e fondatore di Sbrisolaut progetto sociale che impiega i ragazzi autistici nella produzione e vendita di sbrisolone un dolce della tradizione buono e che fa anche del bene.

Il perito della corte era Sandro Signorini, scrittore che descrive la sbrisolona come un dolce che viene da lontano ma fa parte del DNA dei mantovani.

Dopo un’attenta consultazione la giuria si è espressa: l’imputato è stato ASSOLTO CON FORMULA PIENA per non aver commesso il fatto, o meglio avendolo commesso, per fortuna fin da tempi antichi, ma sempre con il consenso e l’apprezzamento di tutti, arrecando pochi e consapevoli danni, dispensando invece piaceri sopraffini, procurando indubitabile gusto al palato e favorendo la socialità tra le persone.

Tutto ciò evidenziato dalla fase dibattimentale avvenuta in Mantova alla presenza di folto pubblico, avendo l’accusa la possibilità di ricorrere in appello e ritenendo certa la sussistenza di recidiva si raccomanda la custodia cautelare dell’imputata, (possibilmente presso l’abitazione del cancelliere).

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