Il futuro di Cantine Ferrari? Un polo del beverage. Parola di Gino Lunelli

Da sx, Matteo Lunelli e Gino Lunelli

Dopo 53 anni in Cantine Ferrari, di cui trenta come amministratore delegato e gli altri come presidente, per Gino Lunelli è veramente ora di voltare pagina. «Il lavoro – afferma non senza emozione – mi ha divertito e dato tantissime soddisfazioni, ma ora mi sono accorto che non ho più gli stimoli e l’entusiasmo di un tempo. Per questo è bene che lasci il mio posto». E se a succederlo è stato il neanche quarantenne Matteo Lunelli, lui certo non uscirà di scena, anche se ora gli piace ripetere che «il mio futuro è quello di fare il vecchio signore che ha dato quello che ha dato». Ma chi lo conosce sa, invece, che il riposo del “guerriero” sarà breve. Perché Gino Lunelli, classe 1939 ma con uno spirito e un carisma da trentenne,  tutto ha nella testa tranne che di restare con le mani in mano oppure di mettersi in poltrona e lasciarsi coccolare tutto il giorno dall’amata moglie Francesca.  E magari togliersi anche qualche sassolino dalla scarpa, perché  alla sua età se lo può permettere.

Con il cambio di presidenza tra lei e suo nipote Matteo il passaggio generazionale di Cantine Ferrari si può dire completo. Come vorrebbe che diventasse Ferrari tra 20 anni?

Vorrei che diventasse un polo del beverage, che abbia nel suo pacchetto di offerta dalla birra alla bevanda non alcolica, quindi vedo Ferrari non più un’azienda ma una conglomerata. Per questo raccomando ai miei nipoti di fare acquisizioni, oltre che sviluppo: certo, questa evoluzione comporterà non solo l’investimento di molti soldi, ma anche molta fatica, molto impegno e una buona dose di rischio. Per raggiungere questo obiettivo, bisognerà correre e correre. Del resto, fare quello che già c’è è facile, fare cose nuove ti impegna mentalmente e fisicamente molto di più, però ti dà veramente tante soddisfazioni.

E del mondo del vino trentino cosa ne pensa, sinceramente?

Ci ho messo mano per decenni e ora non voglio dare giudizi. Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta ho lavorato sempre in prima linea, sono stato tra i fondatori dell’Istituto nazionale dello spumante italiano e, tra mille resistenze, anche  di quello del Trento Classico, ora TrentoDoc. Ho tentato in ogni modo di far capire che in Trentino c’è una specificità che si chiama, appunto, TrentoDoc, ma non mi pare che questo sia stato recepito. Non mi sembra, insomma, che il Trentino abbia capito che il suo futuro è elitario, perché noi abbiamo colline difficili, costi della terra altissimi, appezzamenti piccoli: per questo non possiamo fare vini da ingrosso, ma dobbiamo puntare sul segmeto più alto del mercato e per farlo l’unica via è il nostro metodo classico.

Certo le bollicine sono, in generale, sinonimo di glamour, mondanità, ricchezza, ma ci sono anche grandi rossi ritenuti d’elite ed esclusivi, come il Brunello di Montalcino, il Tignanello, il Masseto…

Da noi, però, qualche bel rosso come Teroldego e Marzemino, oppure anche un bianco come il Mueller Thurgau, non hanno un ritorno di fascia alta. Nel mondo si sarebbe dovuto lanciare il Trentino come la piccola Champagne d’Italia e invece ci siamo lasciati superare dalla Franciacorta, la quale ora va in giro a dire che è lei la piccola Champagne italiana. Ci vogliono scelte drastiche.

Ovvero?

Semplice. In primis domandarsi a chi ci si vuole rivolgere. La risposta dovrebbe essere il quaranta o cinquantenne di buona disponibilità economica, di buona cultura, che non ama le cose chiassose: è questo il target che dovrebbe avere il TrentoDoc. Vendere, però, non è facile, perché il nostro concorrente diretto è lo Champagne, che è il piu grande marchio al mondo come forza e prestigio, più di Coca Cola, Nike, Apple. Combattere contro questo mostro che ha 300 anni di storia non è per niente semplice, però io credo che chi l’ha dura la vince. Noi dovremmo saper “usare” il nostro territorio, che ci dà una nobiltà enorme e una grande credibilità. Qualcuno dovrebbe vigilare su questa famiglia del TrentoDoc, che diventa ogni giorno sempre piu grossa, in modo da evitare che qualcuno faccia il furbo, perché altrimenti ci sputtaniamo tutti.

Ma come si fa a combattere contro lo Champagne e la sua fama pazzesca?

Beh, certo, se continuiamo ancora a fare le sagre di paese… Dovremmo andare anche noi da 007 e fargli bere in uno dei suo film invece che Bollinger, TrentoDoc!

A questo proposito avevo scritto una serie di articoli sul Corriere del Trentino, ai tempi delle riprese sul lago di Garda del film di James Bond “Quantum of Solace”, in cui anche il Trentino era stato coinvolto sborsando un bel po’ di euro (col risultato però di una presenza nel film praticamente invisibile). Nessuno, però, raccolse l’idea e nemmeno i consigli di esperti di product placement che avevo intervistato…

Appunto.

Senta, perché le Poste Italiane hanno scelto Berlucchi per la loro serie “Made in Italy” e non Cantine Ferrari?

Perché hanno pagato. Lo abbiamo fatto anche noi 15 o 20 anni fa.

In Umbria state costruendo una cantina che più che altro è un’opera d’arte, destinata a essere visitata da tutto il mondo. E a Trento, non avete intenzione di fare niente di simile per il territorio?

È vero. In Umbria sto facendo fare un’opera d’arte straordinaria, l’unica scultura al mondo in cui si vive e si opera, e si trova in una regione che non conosco. Avrei voluto farla qui, e invece era a Montefalco che avevamo bisogno di costruire questa struttura. Se solo non mi fosse venuto in mente di convincere Pomodoro…

Arnaldo Pomodoro, lo scultore. Con la vostra cantina firma il suo primo e probabilmente unico edificio-scultura.

Esatto. Probabilmente, solo per questo verranno a visitarla  da tutto il mondo. Non pensavo che il risultato fosse l’opera d’arte forse più bella di Pomodoro e a mio avviso una delle più belle in assoluto al mondo: una scultura a forma di carapace (il guscio della tartaruga, ndr) di 38 metri per 28, con tanto di ziggurat racchiuso all’interno di una scala elicoidale, che sarà adibito a sala degustazione. Davvero, non mi va giù che questa creazione sia in Umbria e non in Trentino.

Le toccherà farne un’altra qui…

Aspetti un attimo, in Umbria abbiamo speso un sacco di soldi…

C’è qualcosa che la infastidisce dei trentini?

Mi dà noia anche che mi dicano che ho fortuna e che non parlino mai di successo… Prima della fortuna, in Ferrari ci sono stati sudore e, grazie al Cielo, successo: questo non è peccato.  E poi, non contano niente i milioni di euro che lascio di tasse alla Provincia di Trento, i 200 dipendenti, i 400 conferitori? Lasciamo stare… Il mio futuro ora è quello di fare il vecchio signore che ha dato quello che ha dato. E poi ci sarà la mia Fondazione, che devo ancora pensare bene: non la vedo assolutamente come una cosa autocelebrativa, bensì come una realtà che aiuti Africa e Brasile, magari anche la Birmania (dove oltre povertà e sottosviluppo e oppressione totale, ci sono stubri, massacri, una criminalità pazzesca) a costruire villaggi e ospedali. Nessuno saprà mai tutto il bene che la Fondazione farà e io, però, ne avrò grande soddisfazione. Certo, sarebbe più facile costruire qualcosa di bello qui in Trentino, ma alla fine lo troverei autocelebrativo: qui, insomma, sarebbe un orpello, lì invece è una necessità.

Forse poi è rimasto scottato dall’esperienza del Monte Bondone…

Sono nato Bondone, lo amo, ma adesso mi sento fuori luogo perché non è il mio Bondone di quando ero bambino. Ci ho dedicato tempo, soldi, fatica. Ho ancora casa in Vason, ma da dieci anni, dopo tutte le arrabbiature prese con quel famoso progetto, non vado più, preferisco Madonna di Campiglio dove sono un turista: non come sul Monte Bondone, che sento come un mio nido. Oggi ho paura che mi venga il groppone ad andare sul Bondone.

Ci racconti come andò col progetto del Monte Bondone.

Era l’inizio degli anni Novanta. Bonazza, Rossi, Delfvero, Marangoni, Rangoni e io decidemmo di fare un progetto di rilancio di tutto il monte: lo affidammo a grandi professionisti e spendemmo tantissimi soldi. La spina dorsale del progetto era un grande impianto che partiva dal soprapasso al di là della stazione delle corriere di Trento, dove era prevista la costruzione di 800 posti auto sotterranei, mentre sopra sarebbe partito un grande impianto di risalita che avrebbe toccato Sardagna, Vanezze e Vason. Dalla città, insomma, si sarebbe arrivati in Vason in 18 minuti e le Viotte sarebbero diventate il regno del fondo. Non ci era nemmeno passato per l’anticamera del cervello di speculare sul Bondone, la nostra intenzione era di regalre alla città e al Comune di Trento un progetto fatto da professionisti. Invece, siamo stati spianati, sbeffeggiati, ci hanno detto che volevamo mettere le mani sul Bondone, dopo averle messe sulla città.

Il rilancio della montagna, però, è stato avviato negli ultimi anni. Cosa ne pensa?

Bisognerebbe capire che la base di tutto è che è Trento a dover diventare una stazione invernale, da cui poter andare un giorno in Bondone, un giorno in Paganella, un altro giorno ancora a Miola di Pinè a far pattinare i bambini… Trento poteva insomma diventare come Innsbruck o Grenoble, e invece niente. Dopo 20 anni dai nostri studi, hanno speso decine di milioni di euro per il rilancio del Bondone e i risultati quali sono? A mio avviso, gli esiti sono solo spese pazzesche per affossarlo, invece che per migliorarlo.

Prima ha accennato al fatto di essere stato accusato di aver messo le «mani sulla città»?

Mah, sa come è la gente… Mi viene da ridere. Sono leggende, battute, acrimonia, chiacchiere. Se mi danno dello speculatore, mi offendo. Io sono un imprenditore, quindi io creo. Non ho mai costruito nulla, ho sempre riadattato. Il mio piccolo patrimonio immobiliare sono case di cinquecento, trecento anni che ho riadattato e rimesso in funzione. Perciò mi sento anche benemerito del fatto che tanti palazzi del centro storico siano tornati al loro splendore abbellendo la città, grazie a me. E, badi bene, per farlo non ho mai ricevuto contributi. L’attività immobiliare non è il mio core business, rappresenta solo un buon investimento, una buona “pensione”. Del resto, gli altri hanno l’Inps, io ho le case – butta lì sornione, ridendo -. Il mio mestiere, però, è fare bevande, vino, acqua, grappe.

Quando gli si osserva che i trentini vedono i Lunelli come una famiglia di immobiliaristi, Gino Lunelli si adombra. Più che disappunto, il suo è rammarico profondo. Casca dalle nuvole, è sorpreso, quasi preso in contropiede, tanto che, prima di prendere seriamente la cosa, più volte ripete che sto solo scherzando. Alla fine si convince che non è così e inizia a parlare. «La cosa mi disturba molto. In vita nostra i miei fratelli ed io abbiamo lavorato solo per costruire Cantine Ferrari, che poi è diventata la ditta più famosa del Trentino Alto Adige. Alla fine degli anni Cinquanta avevamo già capito la forza dell’origine, quindi fin da subito sulle nostre etichette abbiamo messo la scritta Trento. Ho preso in mano Ferrari che non era niente e nessuno. In 50 anni il buon Giulio Ferrari, da cui rilevammo la cantina, era arrivato a fare 10mila bottiglie all’anno, mentre già nel 1958, quando ho iniziato a lavorare con mio padre che era un grande commerciante, la cantina aveva due operai e un enotacnico e facevamo circa 40mila bottiglie. Poi, nel 1981 abbiamo raggiunto quota un milione di pezzi, nel ‘91 3 milioni, nel ‘99 4 milioni, e nel 2007 abbiamo superato i 5 milioni di bottiglie, diventando la più grande cantina spumantistica d’Italia. Portiamo in giro il nome del TrentoDoc e del Trentino in Italia e nel mondo e poi ti senti dare dell’immobiliarista?».

Non solo, a dire il vero… La nomea è anche quella del tirchio, o, almeno, del parsimonioso.

Non mi sembra proprio di esserlo e davvero non so da dove possa essere nata questa cosa. Certo, non sono uno “spandon”: sono trentino e l’essere oculati è tipico della nostra mentalità.

E da buon trentino, l’aspetto religioso è molto importante per lei, tanto che è presidente dell’Unione cristiani imprenditori e dirigenti (Ucid).

La nostra famiglia è cattolica cristiana. A un certo momento nella tua vita, coi capelli bianchi, se poi oltrettutto raggiungi un certo grado di tranquillità economica, viene naturale dare un valore a tutto questo fare e alla propria attività. Ma sentirmi dire che sono immobiliraista perché «son mez paron de Trent», mi offende! A dirla tutta,  immobiliarmente io sono il più grosso viticoltore del Trentino Alto Adige, con 110 ettari di proprietà.

Alcuni di questi ettari circondano Locanda Margon, a Ravina, il ristorante stellato della famiglia Lunelli dove ai fornelli da quasi due anni c’è Alfio Ghezzi, che in occasione del pranzo-intervista con Gino Lunelli aveva infilato una serie di prelibatezze da grangourmet, tra cui una strepitosa versione di rognone. Locanda Margon è il primo e unico ristorante di proprietà della famiglia Lunelli, ma nella loro storia c’è un’altra esperienza, seppur indiretta.

Gli spazi dove trovava collocazione il ristorante Roma sono suoi e, dopo alcuni anni di gestione, Battista Polognolli è stato costretto a trovare un’altra location, ovvero Villa Madruzzo. Con la chiusura del Roma per i trentini si è perso un importante centro di aggregazione in centro storico, non trova?

Lei pensa davvero che si sia perso qualcosa? Secondo me no, personalmente ritengo che con la gestione Polognolli il Roma fosse diventato un ristorante da corsa. L’unico a lasciare un segno in quel locale è stato il Marietto Bort. Del resto, Villa Madruzzo le sembra una cosa importante? Giudico l’operato di Polognolli abbastanza comune, poco originale. Da vecchio trentino non mi sento di aver tolto nulla alla città con la vicenda del Roma.

In tutta questa vita di successi, seppur invidiati dai più invece che ammirati, c’è qualcosa che si rammarica di non essere riuscito a fare?

Non una, ma tante. Come tutti, ho dei sogni non realizzati, ma non posso dirli.

E c’è ancora qualche sogno nel cassetto?

Con la Fondazione potrò fare cose umanitarie, culturali, artistiche, etc. Io, per esempio, ho un debole per l’arte. Villa Margon, ad esempio, è stata una mia fissa finchè non sono riuscita a comperarla dal Baron Salvadori. Adesso ho Pomodoro. Mi piace l’arte, però mi pongo sempre questo problema: i miei soldi è giusto che vadano in opere d’arte o nel ripristino delle stesse, con la povertà che c’è in giro? Il mio vero sogno nel cassetto è diffondere il microcredito, che è l’unica via di sviluppo per i Paesi poveri, uno dei fattori fondamentali. Non ho più l’età e non ne ho le capacità per intraprendere quest’impresa: dovrò farmele o acquistarmele, ma questo è il mio sogno.

Sua moglie cosa dice di questa sua passione umanitaria?

Mia moglie mi segue anche se siamo vecchietti. In Africa si incontrano dei personaggi straordinari, incredibili, io non saprei mai fare quello che fanno loro. A me che fa schifo tutto e sono un signorinello viziato, ma missionari e suore mi dicono semplicemente: «Tu non preoccuparti, fai quello che sai fare: sai fare commercio, sai fare soldi? Fai quello, al resto ci pensiamo noi». In queste persone c’è una saggezza straordinaria.

 

In Trentino c’è saggezza?

Io lamento del Trentino il fatto che non ami le sue tradizioni. Stiamo distruggendo il vecchio Trentino e nessuno ha la sensibilità per accorgersene. Siamo stati per troppi secoli talmente poveri, che in questi ultimi 20 anni abbiamo avuto una repulsione del vecchio e quindi anche la nostra antica architettura l’abbiamo voluta distruggere con costruzione moderne insensate. Invece che ripristinare, si è abbattuto tutto e costruito col cemento. In Alto Adige questo non è successo, forse perché il loro maso chiuso ha difeso fortemente le loro tradizioni.

Se qualcuno le chiedesse di dare una mano al Trentino in veste di consulente, lei rifiuterebbe?

Sì, perché per queste cose ci vogliono i giovani.

(mia intervista su TrentinoMese, ottobre 2011)

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