Blind date with Reds, 18 grandi rossi alla cieca

Ci siamo riuiti di nuovo in quello che ormai è diventato il nostro quartier generale di Bergamo (casa mia 😉 ), per un incontro al buio con 18 vini rossi: tutte gran belle bottiglie, che abbiamo voluto assaggiare senza i condizionamenti che etichetta e nome della cantina possono, anche incosapevolmente, dare.

Seduti al tavolo c’era un panel interessante di degustatori, tra cui  Manlio Giustiniani, Anna Mazzotti, Paolo Baggini e Graziano Molon.

Le sessioni di degustazione sono state due: un’orizzontale su annata 2013 con 8 vini; una libera, tipologia di vini e annate libere.  

Nella prima sessione sull’annata 2013 ha spiccato il Gran Masetto di cantina Endrizzi, in testa alle preferenze di tutti. Si tratta di un Teroldego Rotaliano fuori dagli schemi, perchè è fatto con uve appassite per 3 mesi in cassetta (qui la scheda tecnica). Il risultato è straordinario, un concentrato di frutta nera matura, vaniglia, rotondità ma anche un’acidità che invita continuamente al sorso. Secondo posto per l’intenso Etna Rosso Valcerasa, un super biologico ottenuto a partire da un uvaggio costituito prevalentemente da Nerello Mascalese e da un piccolo saldo di Nerello Cappuccio che dimostra come si possa fare un grande vino, senza difetti, anche seguendo questo regime: l’approccio è volto al minor interventismo possibile, sia in vigna, dove si utilizzano solo sovesci e un po’ di rame e zolfo, sia in cantina dove la fermentazione alcolica avviene spontaneamente, con macerazione sulle bucce di almeno 10 giorni. Un vino che affina per 48 mesi in acciaio e 12 mesi in barrique di terzo passaggio, e che colpisce per la sua speziatura ed espressività, ricca di tonalità dolci e minerali, mentre al palato è profondo e fresco, elegante ed equilibrato, ricco di sviluppi balsamici. Terzo posto a pari merito per un nome notissimo, l’Amarone Costasera di Masi,  e uno forse meno conosciuto dal grande pubblico, mentre è ricercatissimo dai winelover: Pinò di Olmo Antico (qui la scheda tecnica), Pinot Nero caldo e persistente, con chiare note di mirtillo e ribes, il vino di punta di un’azienda pavese animata dal cuore e dalla passione dell’ex amministratore unico e direttore del famoso Harrys Bar di via Veneto a Roma. Quarto posto per il Gonzalier di cantina Grigoletti, blend di Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Merlot  (qui la scheda tecnica) prodotto da un’unita famiglia della Vallagarina, carico di frutta rossa e cacao, avvolgente e rassicurante.

Poi è stata la volta della sessione libera, dove abbiamo degustato ogni singolo vino come un universo a sè, senza paragonarlo agli altri in batteria. Qui la preferenza schiacciante di tutti è andata ancora a un vino di Olmo Antico, il Giorgio Quinto 2005, Merlot di grande classe come quello che si è piazzato al secondo posto, prodotto da Omina Romana, nuova cantina laziale di cui avremo modo di raccontarvi più avanti, ma quello che già possiamo dire è che questo vino ha colpito per l’equilibrio, il corpo pieno al punto giusto, le sensazioni gustative e olfattive di bel livello. Terzo posto per il francese Jaboulet Ainee Le Petit Chapelle 2012, quarto a parimerito per il San Leonardo 2011 formato magnum (unica magnum in batteria) e il Darmagi di Gaja 1994, vini che non hanno bisogno di presentazione. Quinto posto per Cheval des Andes, l’Argentina nel bicchiere secondo il mitologico Cheval Blanc, che nell’annata degustata – la 2016, da pochissimo in commercio – fa capire le sue potenzialità ma oggi esprime ancora troppi tratti di ribelle gioventù che il tempo sicuramente affinerà, esprimendo quello che oggi si intuisce ma si avverte ancora poco nel bicchiere (quindi compratelo e dimenticatelo in cantina per un paio di anni almeno, meglio 5).

Questo il racconto di una serata resa ancora più speciale dalla scoperta dei cotechini vaniglia della Macelleria Contini 2.0 di Cremona, indimenticabili tanto quanto  la mostarda di pesce di Alice e il salame cremonese che producono.

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