Quasi come Ground Zero. Trenta ristoranti di Trento in vendita e in Alta Badia c’è chi dice addio

Ecco la faccenda, nel mio pezzo di oggi sul Corriere del Trentino. Dopo il vino, anche questa, che ieri mi ha costretto a non approfondire il discorso Casa Girelli & La Vis, ma se leggete, capirete il perchè.

Sono almeno trenta i ristoranti in vendita solo a Trento e sobborghi. A dirlo è il presidente dei ristoratori locali, Danilo Moresco. Tra questi c’è anche lo storico ristorante Chiesa di Trento. Ma anche in Alto Adige le cose non vanno meglio: dopo la chiusura di alcuni locali noti e stellati, come il Tilia di Vandoies di Sopra o il Kaiserkron di Bolzano, ora la notizia è che il notissimo chef Claudio Melis, a settembre lascerà i fornelli de La Siriola di Armentarola.

TRENTO: TRA I TRENTA C’è ANCHE IL CHIESA

«Sono pronto a metterlo nero su bianco: a Trento ci saranno almeno una trentina di ristoranti in vendita. È un momentaccio per il nostro settore, i margini sono risicati e basta una sbavatura nella gestione per creare faglie irreparabili nei bilanci». Trenta locali, su un totale di circa 130 in città e sobborghi, i cui proprietari hanno detto basta e vogliono cambiare vita. Un segnale d’allarme fortissimo, che non deve restare inascoltato. Danilo Moresco non nasconde la preoccupazione per il settore di cui è alla guida ed in cui anche lui opera: suoi i ristoranti Da Pino a San Michele all’Adige e il Green Tower di Trento. Di quest’ultimo si parla di messa in vendita: «Abbiamo ricevuto un paio di offerte, però non ritenute sufficientemente interessanti. Mezzo mondo è fatto per essere comprato e l’altro mezzo per essere venduto», nicchia Moresco.

Ad essere certamente alla caccia di acquirenti è lo storico ristorante Chiesa di Trento, fino a non molti anni fa l’unico punto di riferimento della gastronomia cittadina: sotto la guida di Sergio Chiesa, personaggio simbolo dell’ospitalità trentina, il ristorante ha ottenuto per trent’anni un successo sempre crescente e tante gran belle soddisfazioni, soprattutto grazie al “Mela party”, menu tutto a base di mela. Sergio Chiesa, col tempo, aveva poi ceduto la “sua creatura” al figlio Alessandro per dedicarsi all’hotel Piccolo Mondo di Torbole. Tre anni fa, poi, il totale restyling, non solo estetico: via il vecchio chef e la sua cucina tradizionale, spazio alla giovane creatività del fassano Peter Brunel. Una cucina forse troppo ricercata, la sua, per una clientela trentina poco incline a lasciarsi sedurre da sapori e forme “aliene” all’immobile palato del Trentino. A fine dicembre 2009, la rottura tra chef e patron, la chiusura per quasi due mesi del locale e la riapertura con una proposta più semplice e disposta ad incontrare i gusti medi locali. Il percorso travagliato di questi ultimi tempi, unito alla difficile situazione del mercato, hanno spinto la famiglia Chiesa verso la scelta, sicuramente sofferta, di mettere in vendita il locale. La richiesta, secondo indiscrezioni, pare sia 600mila euro, per licenza, arredi ed avviamento.

Storce il naso anche Moresco, perché perdere uno dei simboli più noti della ristorazione di casa nostra come il Chiesa non fa sicuramente bene al settore: «Non so quando usciremo dalla crisi. Nonostante noi ristoratori non ritocchiamo i prezzi all’insù da quattro anni, la capacità di spesa media è diminuita. C’è sicuramente chi ha la forza di tenere duro ancora per un po’, ma credo che entro fine anno vedremo alcuni locali chiudere», conclude il presidente.

BOLZANO: ADDIO MELIS

Aria pesante anche a Bolzano. E in Alta Badia Claudio Melis sta facendo le valige. A settembre lascerà La Siriola per motivi personali. Dove andrà? Probabilmente a Los Angeles o New York, assicurano i suoi amici più stretti, mentre non è ancora dato sapere chi prenderà il suo posto: l’attuale souchef potrebbe traghettare il locale fino all’arrivo del nuovo nome. Una grande perdita per la ristorazione altoatesina e, in particolare, dell’Alta Badia, dove Melis era uno dei fondatori del club “Dolomitici”, gruppo di chef stellati impegnati nella promozione gastronomica con eventi di altissimo livello: uno su tutti, la Chef’s Cup, appuntamento cult per gli operatori del settore. Ma Melis non è il solo, dei Dolomitici, ad accusare segni di stanchezza: a quanto pare, infatti, anche Norbert Niederkofler del due Stelle Michelin St. Hubertus di San Cassiano starebbe pensando di cambiare aria e con lui anche Arturo Spicocchi, chef de La Stua de Michil, Corvara. Una fuga di cervelli a cui va posto rimedio immediatamente. A Trento come a Bolzano.

IL PERIODO PIù NERO DELLA RISTORAZIONE TRENTINA

Secondo Massimiliano Peterlana, patron dell’Osteria Le Due Spade di Trento, una Stella Michelin e da trent’anni sulla piazza cittadina, e presidente Fiepet, questo è il periodo più nero della ristorazione trentina. «Un terzo dei pubblici esercizi della città è in vendita da qualche tempo – afferma -. Chiaramente sono diversi i fattori che hanno portato a questo memento, diciamo che c’è un fattore crisi trasversale, che porta meno capacità di spesa e in questa situazione per chi ha locali è difficile soprattutto pagare gli affitti. Per questo anche in Comune a Trento si è parlato di creare delle situazioni di calmieramento dei prezzi per quanto riguarda gli affitti dei pubblici esercizi». Ma la ristorazione va ancora peggio:  «E’ un momento difficilissimo, il più basso che abbiamo avuto. Qualche anno fa c’erano meno ristoranti stellati, ma c’era una linea, poi si sono tutti buttati sull’alta cucina, che è totalmente fallita. Basti pensare alla Locanda Margon che ha chiuso e riaperto, lo stesso ha fatto Maso Franch, il ristorante Chiesa, ed ora anche lo Scrigno del Duomo ha abbassato un po’ il tiro, con menu ed allestimenti più semplici». In merito a questa debacle, che non vorremmo mai diventasse un “Ground Zero” della ristorazione trentina, Peterlana aggiunge: «Penso che bisognerà che passi tutta questa tempesta e spero che le attività storiche reggano e facciano da faro, come a suo tempo aveva fatto il Borgo di Rovereto, per rilanciare l’enogastronomia locale. E che Trentino spa inizi a credere nel turismo enogastronomico, perché fino a poco tempo fa era scettica». Un’offerta di ristoranti maggiore di gran lunga dell’utenza trentina, che avrebbe necessitato di attirare pubblico da fuori: «Scoppiata la crisi la bolla è saltata, perché non c’è l’utenza per tutti questi ristoranti, molti dei quali aperti con i soldi pubblici», conclude Peterlana.

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