Dal mare Nostrum al mare loro

Se dovessimo definire la paternità dell’ostricoltura europea, da estimatore del made in Italy, con orgoglio vi racconterei di come già i romani utilizzassero questo nobile mollusco per rendere i loro sontuosi banchetti, degni di essere chiamati tali.

Ma prima di esaltare questo primato, per correttezza devo spezzare una lancia a quelle geniali popolazioni cinesi che già prima della fiorente epoca della magna Grecia, iniziarono a raccogliere dal mare i semi selvaggi delle ormai arcaiche ostriche asiatiche. Iniziò così il lungo percorso che avvicinò le popolazioni alla magnetica attrazione che l’ostrica esercita.

Durante l’epoca ellenica per fare economia sui costosi papiri d’importazione dall’Egitto, era in voga utilizzare dei cocci, detti “Ostrakon” in terra cotta, come tavoletta votiva per applicare l’ostracismo ovvero l’esilio temporaneo di personaggi scomodi alla popolazione locale. Molto probabilmente, visto l’ampio utilizzo che i Romani facevano di ostriche, ad un certo punto l’Ostrakon, venne sostituito dal guscio d’ostrica.

Ebbene sì, grazie all’ingegnere romano Sergius Orata, venne istituito il primo allevamento di ostriche europeo nell’insenatura marittima che ora prende il nome di Lago di Lucrino, nei pressi di Napoli.

Sulle tavole romane venivano quindi servite ostriche d’allevamento di ottima qualità, quasi a km zero. Grazie alle sviluppate vie commerciali che univano la Gallia con la penisola italica, si sviluppò un consistente mercato che permise agli antichi galli di iniziare a sviluppare l’incommensurabile savoir-faire che oggi contraddistingue l’ostrica francese.

 

 

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