Sex and the wine | 10 | Cenerentole del Duemila

«Allora?», sbottò Giulia.

«Allora è andata mica tanto bene», bluffai.

Le ragazze ammutolirono. Erano tutte convinte del merito di quanto avevo scritto, della veridicità e anche del modo accattivante in cui avevo confezionato il pezzo: l’ipotesi che fosse andata male non era stata neanche lontanamente contemplata.

«Non ci credo», disse Zoe titubante. «Non è possibile, in che senso non è andata bene?»

«Nel senso che mi sono arrivate telefonate ed email tutte con lo stesso tono: chi ero io per permettermi di dire certe cose, una ragazzina senza esperienza, senza una seria cultura enogastronomica, che forse il mio direttore si è distratto con le mie scol- lature e il mio bel paio di gambe, ma che sarà l’ultima cosa che scriverò nel settore… Cose di questo genere…», risposi, stupita di quanto riuscissi a reggere il gioco e anche della mia fantasia nell’inventare bugie.
Silenzio.

«I soliti maschilisti. Basta che tu sia donna e giovane per dire subito che se fai qualcosa di importante è perché sei bella, non brava… E noi stiamo ancora qui a perdere tempo. Ordiniamo da bere, vah, che per me c’è da brindare ugualmente», disse decisa Alessandra. A quel punto non riuscii più a trattenermi e sbottai tutto d’un fiato: «Stavo scherzando! È andato tutto alla meraviglia! Sono arrivate un sacco di email in redazione di nostri lettori entusiasti, molti colleghi mi hanno chiamato per complimentarsi, il mio direttore mi ha scritto “brava”, lui che di solito è sempre imperturbabile e apre bocca solo per dire dove sbagli… Certo, qualche chiamata antipatica l’ho ricevuta, ma me lo aspettavo…».

«Cleo, ti meriteresti che ti piantassimo qui. Sei matta a far- ci uno scherzo del genere?», disse Giulia tirando un sospiro di sollievo. Era sempre quella che si agitava di più di tutte noi, Giulia. E anche quella che aveva l’atteggiamento più protettivo, quasi materno, e quando qualcosa la faceva preoccupare iniziava a mordicchiarsi le unghie insistentemente ed a schiarirsi fre- quentemente la voce con fare nervoso. Lo aveva iniziato a fare anche quella sera al Black, per poi smettere appena allontanata la tensione. Dopo avermi redarguito, mi accarezzò il viso e mi guardò orgogliosa, con gli occhi lucidi da cui forse sarebbe scesa una lacrima, se non fosse stato per Zoe. «Ragazze, bando alle ciance, diamo il via alla festa!», esclamò su di giri all’arrivo della prima di una buona serie di bottiglie di Bellavista Franciacorta Pas Operé. Giulia si stropicciò di nascosto gli occhi, si ravvivò un po’ i riccioli biondo cenere, prese il suo calice e scacciò via l’emozione, ma non l’allegria.

«E questo cos’è?», mi chiese Zoe riferendosi al vino che aveva appena assaggiato.

«Un tipo particolare di spumante, l’ho scoperto da poco, ma ho già deciso che è il mio preferito».

«Anche il mio», disse Alessandra dopo averlo guardato, ascol- tato e aver fatto il primo sorso.

«Mi associo», aggiunse Giulia.
Zoe invece non era molto convinta.

«Non so, ha qualcosa di strano… Preferisco i blanc de blanc».

«Aspetta la fine della serata per dirlo. Credo che queste siano bollicine che non stufano e soprattutto che siano le uniche che davvero si possano bere a tutto pasto», le risposi.

«Al gusto è… salato», osservò Alessandra.

«È proprio così che te lo descrivono gli esperti, infatti. I meto- do classico “pas dosè” si chiamano anche “nature”, “pas operé” e “dosage zero”: tanti termini per dire la stessa cosa, cioè che mancano dell’ultima fase consueta di lavorazione, quella in cui si aggiunge liqueur d’expedition. Dopo la sboccatura, quindi, non sono ricolmati di zucchero e liquore come è di prassi per i normali metodo classico (ogni cantina ha la sua dose segreta), ma vengono rabboccati solamente con lo stesso tipo di vino ap- partenente allo stesso lotto di produzione. Tieni presente che nel processo di fermentazione lo spumante perde gran parte dei suoi zuccheri, ecco perché normalmente si fa il liqueur d’ex- pedition ed ecco perché, invece, i “pas dosé” sembrano salati rispetto alle bollicine a cui siamo tutti abituati», le spiegai per sommi capi. Poi alzai il calice ed esclamai: «Cin cin, ragazze!».

«Cin cin a te, Cleo!», risposero in coro felici e facemmo tin- tinnare i bicchieri. Avevo scoperto da poco il perché di questo gesto. Nella degustazione di un vino sono coinvolti quasi tutti i sensi: non solo il gusto, ma anche l’olfatto, la vista, il tatto. Man- cava l’udito ed è per questo che si fanno “cantare” i bicchieri. “Cin cin”, invece, ha origini antichissime. Bisogna andare indie- tro nei secoli, ai tempi dei marinai e dei porti della vecchia Eu- ropa: il commercio con la Cina era fiorente e lì gli ufficiali della Marina di Sua Maestà Britannica rimasero affascinati non solo dalla cultura, ma anche da una lingua tanto diversa quanto mu- sicale. Così, tra i termini che decisero di “adottare” ci fu anche “ch’ing ch’ing”, che significa “prego, prego”. Da esso si trasse la forma “chin chin” del pidgin english, l’inglese “universale” usato da commercianti e naviganti in epoca vittoriana, soprattutto nel territorio di Canton: un saluto cordiale e scherzoso che si usava tra persone in estrema confidenza. Quando questo modo di dire sbarcò in Italia, attecchì subito nella nostra lingua perché il suono onomatopeico della parola si accordava benissimo con quello di due calici che si toccano tra loro.

C’era molta gente al Black Lounge quella sera. Mentre Giulia tra una chiacchiera e l’altra scambiava sms con Pietro, Zoe ed Alessandra stavano passando in rassegna tutti i ragazzi presenti, uno ad uno: magari tra loro poteva esserci il principe azzurro.

«Non parlare di principi azzurri, Cleo», mi ammonì Alessan- dra.

«Perché? Cenerentola non è più di moda?»

«Secondo me dovrebbero vietare alle mamme di raccontare quella favola alle loro figlie: così almeno non farebbero come noi, che siamo cresciute con questo mito per poi accorgerci che il principe azzurro è come Babbo Natale… Non esiste!»

«Dai, non è vero. È solo più difficile trovarlo…», le risposi senza troppa convinzione.

«Parli bene tu, la regina degli anelli con diamante. De Beers dovrebbe darti una percentuale», mi rispose ridendo. In effetti, al dito portavo il bel solitario di Roberto, ma ne custodivo in cas- saforte altri due, di precedenti fidanzati. Sta male restituirli, no?

«Uno di questi giorni devi fare a tutte noi un corso accelera- to su come si fa a farsene regalare uno», proseguì Alessandra. «Davvero, non so come tu faccia…».

«Va bene, una delle prossime sere vi svelo il segreto», dissi ridendo.

«Tornando a Cenerentola, ti immagini poi dover perdere sulla scalinata una delle nostre scarpette firmate Paciotti o Les Trope- ziennes? Troppo costoso!»

«Figuriamoci, non perderei le mie Casadei nemmeno per Brad Pitt», sentenziò Zoe.

«L’importante è che sia amore, non mi importa niente dei diamanti», intervenne Giulia con troppa serietà per quello che era il tono della nostra conversazione.

«Beh, però, potendo scegliere, meglio amore e diamanti che amore e basta. Un po’ come due cuori e una capanna: se c’è l’attico al posto della capanna mica ti dispiace. E penso proprio che chi nega queste cose sia solo una finta purista, come quelle che dicono che essere belle non aiuta, anzi, crea un sacco di problemi», intervenni.

«Sono d’accordo», assentirono in coro Zoe ed Alessandra im- mediatamente, Giulia invece ci pensò un po’ su, poi scoppiò in una grande risata e disse: «Ma sì, è vero! Però se ci sentissero gli uomini… Non capirebbero mai».

«Probabile», pensai. Noi ragazze del club non eravamo esattamente delle donne gestibili, per questo un uomo con noi si sentiva spesso in competizione e quando questo stato d’animo subentrava, che fosse un amico o un fidanzato, di lì a poco il rapporto finiva. Autonomia e intelligenza erano doti ancora tan- to ammirate quanto temute. Noi del club eravamo sicuramente smaliziate, discretamente furbe, consapevoli delle nostre “armi” che usavamo ad ogni occorrenza. Però, eravamo tutte innamo- rate dell’amore senza farci sfiorare da opportunismi, avevamo sempre amato più di quanto eravamo state amate, avevamo cre- duto in falsi amici e aiutato conoscenti in tutti i modi possibili, spesso senza nemmeno ricevere un grazie. Da qui veniva gran parte del nostro disincanto, che però non aveva compromesso il nostro modo di essere, anzi, forse lo aveva migliorato. Forse oggi eravamo più libere di quando credevamo che bastasse por- tare rispetto per essere rispettate. Sbagliavamo. Capirlo era stata una delle vie per ritrovarci più libere: libere di essere ambiziose, di non dover avere un marito a tutti i costi, di scegliere le nostre priorità e di sentirci complete anche senza un figlio.

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Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone e cose realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale e frutto della fantasia dell’autore.

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