Sex and the Wine | 7 | Con la complicità del vino

by venerdì, gennaio 19, 2018

Zoe ed io ci svegliammo all’alba nell’hotel vicino all’aeroporto di Milano Malpensa in cui avevamo dormito per non essere costrette a fare una levataccia: alle sei del mattino, infatti, partiva il nostro volo per New York, dove Wine Spectator organizzava un week-end interamente dedicato al vino italiano.

Una delle riviste con cui collaboravo aveva deciso di mandare me per un reportage di qualche pagina: era una grande occasione e non me la sarei lasciata sfuggire per niente al mondo, anche perché tra degusta- zioni, cocktail party e cene con i produttori sarebbe stato sì un tour de force, ma sicuramente divertente. Potevo portare una persona con me e chiesi a Zoe se voleva accompagnarmi.

«Ci voleva il vino per farci fare un viaggio insieme», disse Zoe mentre si truccava davanti allo specchio del bagno.

«Davvero!», le risposi pensando a quale incredibile colpo di fortuna avessi avuto. Di solito a occuparsi di questi servizi era Luciano Cremotta: in un’ipotetica classifica dei giornalisti più potenti ed influenti d’Italia certo lui stava nell’empireo dei primi tre. Qualche giorno prima della giornata fissata per la partenza per New York, Luciano era stato a testare un ristorante appena aperto, cucina di pesce e tante belle parole di freschezza, atten- zione alla qualità e quanto altro. Poco di questo era vero. Così, il critico che per fisicità (e non per carattere) tanto fa pensare al Mister Ego del film Ratatouille, alto alto, magro magro e con quei suoi occhialetti sempre appoggiati sul naso, il giorno dopo quella visita si sentì male. Non era bastato assaggiare solo un piccolo boccone di quei gamberi all’ammoniaca per salvarsi dall’intossicazione. Febbre e nausea lo avevano bloccato a letto. Fu il panico al giornale: chi si poteva mandare adesso? Cremotta fece un paio di nomi, il mio e quello di un altro giovane giornali- sta, e la sorte volle che toccasse a me. «Tanto – mi disse Luciano per rassicurarmi – non devi mica parlare in modo tecnico dei vini, questo sarà più un pezzo di colore, di life style, del made in Italy nella Grande Mela, capito?». Luciano sapeva bene che non amavo molto la critica enologica: mi sembrava usasse un linguaggio troppo vecchio e stantio, troppo poco popolare, privo di ogni sensualità e godimento. Nel mio piccolino, ritenevo che il vino dovesse trovare un modo diverso di raccontarsi, più moderno, più emozionante, forse anche più sentimentale e sicu- ramente più semplice. Per questo non leggevo le guide dedica- te ai vini, con tutti i loro “bicchieri”, “grappoli” e “centesimi”: erano senza poesia, sentimento e passione, senza storie di cui innamorarsi.

«Sono davvero contenta di fare questo viaggio con te», aggiunsi da sotto il maglione a collo alto che mi stavo infilando, ancora assonnata.
A non esserne molto contento era Roberto, il mio ragazzo, che non aveva preso affatto bene la notizia che a New York sa- rei andata con Zoe anzichè con lui. Fino a qualche mese prima probabilmente non avrebbe avuto nulla da ridire, ma le cose erano cambiate dopo il mio momento di crisi, in cui ero stata a un passo dal dirgli definitivamente addio. Avevo conosciuto Roberto cinque anni prima, a una cena di lavoro a Milano. Il suo sorriso e i suoi modi di fare mi avevano colpita molto, tanto che avevamo trascorso l’intera serata a parlare. Al momento di salutarci non ci fu nessuno scambio di numeri di telefono perché entrambi sapevamo dove poterci rintracciare. Il giorno dopo fui tentata di chiamarlo per salutarlo, ma qualcosa mi trattenne. Un mese dopo fu Roberto a cercarmi: passava dalle miei parti e aveva “bisogno” di compagnia per cena. Fu così che nacque la nostra storia, tra le rinomate tagliatelle ai porcini della Locanda Canto del Maggio e una bottiglia di morbido Sangiovese, e poi passeggiando mano nella mano nella notte, nel freddo di genna- io. Il mio sesto senso non aveva sbagliato: Roberto era sposato, con un figlio di sette anni e una moglie con la quale stava per andare in tribunale per chiedere la separazione. Pensai che per un uomo così si potesse anche rischiare e non sbagliai. L’unico errore che feci fu quello di non considerare, da un lato, il grande senso paterno di Roberto e, dall’altro, lo scarso senso materno di sua moglie. Così, dopo che per circa un anno dalla separa- zione Roberto continuò a vivere in famiglia – seppur rendendo ufficiale la nostra relazione – quando finalmente si convinse che era arrivato il momento di uscire di casa mi ritrovai catapultata dal ruolo di fidanzata (che avevo vissuto un giorno alla settimana, tanto era il tempo che riuscivamo a stare insieme) a quello di pseudo-mamma. Per due anni contai sulle dita di una mano le occasioni in cui Roberto ed io passammo una serata da soli: quando c’ero io c’era anche Alessandro, suo figlio. Risultato? Niente più cene a lume di candela, niente più intimità, niente più libertà di poter avere gli orari che volevamo e fare quello che ci pareva. Roberto aveva un fortissimo legame, soprattutto psicologico, con suo figlio. Comprendevo e amavo molto anche questo lato del carattere di Roberto, ma il prezzo da pagare era diventato alto: mi ero trovata con una famiglia che ancora non volevo e con un figlio che non era mio e che comunque non avrei scelto di avere, in quel momento della mia vita. Non ero pronta ai sacrifici che necessariamente vengono fatti quando ci sono dei bambini, non ero pronta a passare nel giro di pochi mesi da fidanzata a finta moglie, non volevo perdere la nostra intimità o dover rinunciare ai ritmi di vita che chi non ha figli può avere. Strinsi i denti per un paio di anni, lanciando ogni tanto qualche segnale a Roberto, che però faceva finta di non sentire. Così un giorno lo guardai dritto negli occhi e gli dissi che non ce la facevo più, che avevo bisogno di stare da sola e che non volevo vederlo per un po’. Avevo bisogno di tempo per capire se quello che si era rotto dentro di me, a causa di quella situazione, si sarebbe potuto ricucire. Dopo circa un paio di mesi decisi di riprovarci: Roberto aveva capito i suoi errori e il nostro legame era talmente bello che valeva molto di più di una seconda possibilità. Quei due mesi di distacco, però, lo avevano lasciato con uno strascico di fragilità inconscia ed era per questo che, ogni volta che passavamo alcuni giorni lontani, lui non riusciva a vi- vere la cosa con tranquillità.
Uscii da tutto questo turbinio di pensieri grazie alla voce di Zoe.

«Cleo, dammi i tuoi documenti», mi disse. Glieli porsi e la ragazza del check in, poco dopo, ci chiese che posti preferivamo.

«Due lato corridoio sulla stessa fila, per favore, preferibilmente nella zona di testa», chiese Zoe. Sia a me che a lei piaceva stare più libere e larghe possibili, soprattutto in viaggi lunghi come quello che stavamo per fare, e il posto lato corridoio era la soluzione migliore.
Dopo circa un’ora in sala d’attesa chiamarono l’imbarco. Zoe ed io ce la prendemmo con comodo: detestavamo fare la fila, ovunque fosse (dal supermercato alla banca), e quindi ci alzam- mo per passare la procedura d’imbarco quando quasi tutti erano saliti. I nostri vicini di posto erano degli uomini d’affari di una certa età, tutti dirigenti di una compagnia petrolifera americana che stava per sbarcare sul mercato italiano. Io ovviamente bluffai quando mi chiesero quale fosse la mia occupazione, fingendomi responsabile marketing di un’azienda di cosmetici. Senza che nessuno se ne accorgesse, misi la mano nella borsa e accesi il mio registratore mp3 per prendere nota delle informazioni che, inconsapevolmente, i quattro dirigenti in giacca e cravatta mi stavano dando. Appena arrivata a New York sarei corsa in albergo per scrivere l’articolo su questa notizia bomba che avrebbe fatto morire d’invidia un bel po’ di colleghi.
Zoe, invece, aveva dormito quasi tutto il tempo, incurante delle nostre chiacchiere. Era bella anche mentre dormiva, con i suoi capelli a caschetto color biondo cenere e gli occhi verdi dal taglio orientale che solo da chiusi non facevano scintille. Po- chi minuti prima dell’atterraggio le strinsi il braccio scuotendola leggermente e le sussurrai: «Zoe, siamo quasi arrivate, svegliati».

«Di già?», mi chiese stupita aprendo gli occhi di colpo.

«Sì tesoro, hai dormito davvero tanto!»

«Scusami, non ti ho tenuto per niente compagnia…». «Figurati, ci hanno pensato i nostri vicini di aereo. Mi hanno dato delle informazioni per un pezzo che voglio scrivere subito. Quando arriviamo in hotel mi devi dare un’ora per buttarlo giù, va bene?»

«Nessun problema, schiaccerò un altro pisolino», mi rispose strizzando un occhio.

Il nostro hotel era sulla Madison Avenue, nel cuore di Man- hattan. Era il Library Hotel e da sempre avevo sognato di poterci andare perché era stato il primo ad offrire ai propri ospiti un ambiente in cui i libri erano i protagonisti: ben seimila volumi distribuiti nei dieci piani della struttura e nelle sue sessanta ca- mere. Ogni piano era dedicato a un genere letterario, dai gialli ai saggi tecnologici, dai trattati di teologia all’arte, dalla storia alla filosofia. All’atto di prenotazione mi avevano chiesto a che piano avrei desiderato soggiornare e io, ovviamente, avevo scelto l’ottavo, quello della letteratura. Non avevo potuto scegliere, però, il tema della camera e quindi ero curiosa di scoprire se ci sarebbe toccata quella dei grandi classici oppure quella della poesia, quella della letteratura erotica o quella dei libri mystery.

«Queste sono le vostre chiavi, signora. La vostra camera è la numero 800.005», ci comunicò, in un americano lento e ben scandito, Penny, la sorridente biondina della reception. La 800.005 era la camera dedicata ai libri di favole. C’erano rose rosse, orchidee bianche e libri in ogni angolo della camera, in cui stile classico e design erano miscelati tanto sapientemente da creare un calore e un’accoglienza straordinari.

«Cleo, hai scelto un hotel incredibile!», esclamò stupita Zoe, alla quale non avevo detto nulla del Library Hotel perché volevo che fosse una sorpresa.

«Sì, in effetti non è niente male», le risposi soddisfatta. I quat- trocento dollari al giorno della nostra camera al Library erano decisamente spesi bene.

Disfammo le valige, scrissi velocemente il mio articolo sul- la compagnia petrolifera dei miei compagni di volo, lo inviai per email al mio caporedattore che non vedeva l’ora di poterlo mettere in pagina e poi ci preparammo per uscire e raggiungere il Food Empire, dove Wine Spectator aveva organizzato la due giorni del vino italiano.
Al nostro arrivo il primo a venirci incontro fu Filippo Arca, patron di una delle più blasonate cantine toscane di Brunello di Montalcino. Filippo doveva assolutamente farci assaggiare l’ultima annata del suo vino e raccontarmi le novità della sua azienda. Trascorremmo con lui più di un’ora, lo stesso tempo che dedicai ad altre cinque o sei cantine, finché, verso le quattro del pomeriggio, Zoe ed io ci accorgemmo che non avevamo ancora mangiato nulla, se non qualche grissino e un po’ di scaglie di formaggio Grana.

«Che ne dici di fare una pausa e andare a farci un piatto veloce nello spazio “Fast Good”?», chiesi a Zoe.

«Non vedevo l’ora che tu me lo chiedessi, è da più di due ore che sto morendo di fame ma non volevo interromperti».

«Idem», replicai e la presi per un braccio, trascinandola verso l’ascensore che ci avrebbe portato all’ultimo piano, dove si tro- vava la zona ristorante. Zoe scelse un piatto di spaghetti con ju- lienne di verdure e mozzarella di bufala, un tortino di cioccolato con crema di zabaione ed una macedonia, io solo la macedonia, che era uno squisito mix di frutta esotica aromatizzata con men- ta fresca e un pizzico di vaniglia. Avevamo trovato un tavolo a ridosso delle vetrate e in attesa che ci portassero quanto ordinato, guardavamo fuori cercando di individuare le varie zone di New York che si vedevano da lassù.

«Secondo me quella è la Quinta Strada», dissi a Zoe cercando di farle capire il punto in cui credevo di aver avvistato uno dei posti più cult per le fashion victim.

«Si sbaglia signorina», disse una voce dietro di noi. «La Quin- ta è esattamente dalla parte opposta». La voce era quella di Giovanni Amadasi, trentaduenne vicepresidente dell’omonima cantina veneta che l’anno prima aveva prestato il suo volto per la nuova campagna pubblicitaria dell’azienda di famiglia. In ma- niche di camicia tra le sue vigne siciliane, per mesi aveva ammic- cato dai cartelloni pubblicitari con cui erano state tappezzate le principali città italiane. Le testate di gossip avevano scritto de- cine di articoli sul fatto che il suo sorriso pareva avesse causato centinaia di incidenti tra le guidatrici del gentil sesso. Giovanni Amadasi ed io non avevamo mai avuto modo di conoscerci, né telefonicamente né di persona, ma dopo quella campagna pub- blicitaria sapevo perfettamente come fosse la sua faccia.
Lo guardai con aria divertita e con un pizzico di provocazione mentre gli rispondevo «allora vorrà dire che la mia amica e io abbiamo trovato la nostra guida turistica di New York. Domat- tina avevamo giusto pensato di andare a fare una piccola visita della città».

«Volentieri, signorina Cleo, ma pensavo che potevamo inizia- re da questa sera. Sarei molto lieto di avere lei e la sua amica a cena con me e i miei collaboratori al Le Cirque. Ci saranno anche altri suoi colleghi giornalisti, alcuni nostri nuovi clienti americani e degli amici». Ero stupita che sapesse chi fossi: la spiegazione più plausibile era che avesse visto la mia foto pub- blicata su qualche giornale per via del mio libro.

«Va bene, a che ora?», risposi.

«Pensavo di mandare un’auto a prendervi al vostro hotel verso le 19.30. Le può andare bene?»

«Benissimo, grazie. Alloggiamo al Library Hotel. Le presento Zoe Cantarelli, titolare della Zoe.Com, agenzia di comunicazione con cui collaboro anch’io». Amadasi le strinse la mano, sfog- giando uno dei suoi sorrisi migliori, e poi si congedò con un «a più tardi, allora».

Il dress code della serata al Le Cirque era rigorosamente abito da sera: Zoe ed io tirammo fuori dall’armadio i vestiti che ci donavano di più perché avevamo deciso – senza un motivo o uno scopo particolare – che volevamo lasciare il segno, in tutti i sensi.
L’auto mandata da Amadasi arrivò al Library in perfetto orario e anche noi eravamo puntualissime. Nel tragitto tra l’hotel e il ristorante Zoe ed io parlammo un po’.

«Amadasi è fidanzato?», mi chiese Zoe a un certo punto.

«Non lo so, nelle interviste glissa sempre questa domanda, dicendo solo di non essere sposato. Perché?», le chiesi con aria distratta.

«Curiosità», mi rispose, ma Zoe non faceva mai domande che non avessero un obiettivo preciso.

Quando arrivammo al Le Cirque gli altri ospiti erano già tutti seduti al tavolo: noi eravamo in ritardo di mezz’ora per colpa di un incidente che avevamo incontrato lungo la strada. Amadasi era stato informato dall’autista dell’inghippo e quindi ci rispar- miò le solite battute che si riservano alle donne che si fanno attendere. Ci presentò a tutti i presenti, annunciando che man- cava ancora una persona, poi porse il braccio a Zoe e la portò al suo posto, di fronte a lui. Il mio, invece, era di fronte alla perso- na che doveva ancora arrivare, accanto a Zoe e a un giornalista di Wine Spectator, con cui mi misi subito a parlare del mercato americano, dell’influenza del cambio dollaro-euro sulle impor- tazioni, dei vini che stavano andando di più e delle previsioni per l’anno in corso.
«Non è facile, Cleo, le importazioni dall’Europa stanno evi- dentemente conoscendo difficoltà, ma il vostro vino tiene ab- bastanza bene. C’è un costante exploit della domanda di vino, specie tra le donne e tra i millennians, i figli quasi trentenni dei baby boomers (lo zoccolo duro del consumo di vino statuniten- se). Ecco perché in campo enologico recessione e dollaro debole fanno meno paura rispetto ad altri settori di mercato», mi disse Jo Cork.

«La concorrenza, però, è sempre più minacciosa, vero?», gli chiesi.

«Sì, soprattutto da parte di Spagna, Nuova Zelanda e Cile. Stanno andando a togliere mercato, però, più che altro all’Australia», osservò Jo.

«È arrivato anche l’ultimo ritardatario», ci interruppe Amadasi. Alzai lo sguardo per vedere chi fosse. L’ospite che si era fatto tanto attendere era l’ultima persona che pensavo di incontrare. Era Paolo, direttore generale di un’importante finanziaria italiana. Ci eravamo conosciuti un paio di anni prima che io incontrassi Roberto e tra noi era nato un legame molto strano. Fin da subito avevamo iniziato a sentirci tutti i giorni e a vederci almeno una volta alla settimana: cenavamo assieme oppure andavamo in qualche enoteca a bere qualcosa e trascorrevamo la serata a par- lare per lo più di lavoro. In quel periodo feci anche un bel po’ di scuola su un mondo della finanza di cui, prima di allora, ero asso- lutamente a digiuno. Imparai molte cose, tranne come fare a non far finire sempre in rosso il mio conto in banca. Dopo qualche mese la sua fidanzata di allora, che di lì a poco sarebbe dovuta diventare sua moglie, aveva dato a Paolo un aut aut: o l’amicizia tra me e lui o il loro matrimonio. Quando venne a raccontarmelo pensavo che mi stesse prendendo in giro. Scoppiai a ridere, ma smisi quasi subito quando mi accorsi che lui non rideva con me.

«Cleo – mi disse – tu lo sai che tra te e me c’è qualcosa di forte, ma io in questo momento non me la sento di rischiare di perdere Antonella. Dobbiamo non sentirci e non vederci più».

Lo guardai esterrefatta. Eravamo in un pub nella periferia della città, un loft di design dove servivano uno dei nostri Champagne preferiti, il Ruinart Rosé. Dalle vetrate si vedevano le montagne innevate che riverberavano sotto la luce della luna. Eravamo stati all’ExSense mille volte, da soli o con i nostri ri- spettivi amici e anche con Antonella. Era vero che tra di noi c’e- ra un feeling speciale e lei se ne era accorta subito: per un po’ di tempo aveva fatto finta di niente, ma alla fine, e inevitabilmente, era sbottata con quell’aut aut che comprendevo benissimo, solo che non avrei voluto arrivasse così presto e fosse così assoluto.

«Io non accetterei mai che la persona che devo sposare mi desse un ultimatum di questo genere», dissi guardando Paolo dritto negli occhi, cercando di tirare fuori tutta la freddezza che riuscivo a fingere di avere. Ci fu un attimo di silenzio che lui non riempì e allora proseguii. «Se è questo quello che vuoi, non sono certo io quella che ti può impedire di rinunciare al nostro rapporto. Evidentemente per te non è poi così importante. A differenza mia». Non gli lasciai il tempo di replicare, mi alzai la- sciando i soldi dei nostri champagne sul tavolo e me ne andai con passo spedito, senza voltarmi nemmeno quando sentii la voce di Paolo che mi chiamava da lontano, implorandomi di fermarmi per passare ancora un po’ di ore assieme, quelle che sarebbero state le nostre ultime. Non mi fermai, perché altrimenti gli avrei chiesto di rinunciare ad Antonella per me, ma sapevo bene che questa era una cosa che non avevo il diritto di domandargli. Non mi voltai perché non volevo correre il rischio che vedesse le mie lacrime, di rabbia, ma soprattutto di dolore. Salii in auto e scap- pai via, vedendo i suoi contorni sul ciglio della strada farsi sem- pre più sfumati e piccoli, fino a dissolversi nel buio. Pur vivendo nella stessa città e frequentando gli stessi luoghi, non ci incon- trammo più, ma io non avevo mai smesso di sapere qualcosa di lui dai giornali e non avevo nemmeno mai smesso di pensarlo. Non misi più piede all’ExSense, ma una volta alla settimana, di sera e possibilmente da sola, bevevo un flûte di Ruinart Rosé.

«Ciao Cleo», mi salutò Paolo con il suo solito tono basso di voce, profondo ma non dimesso.
Lo guardai per qualche istante confusa. Ero stupita, arrabbia- ta e felice. Sapevo che lui e Amadasi erano amici: il caso volle che Paolo in quei giorni fosse a New York per affari e che il suo amico lo avesse invitato a quella serata.

«Ciao Paolo», gli risposi tendendogli la mano. Lui me la strin- se e, per un attimo, mi sentii come se in testa mi fossero arrivate tutte le bollicine di champagne che avevo bevuto fino a quella sera pensando a lui. Poi mi liberai dal calore della sua mano e tornai a parlare con il collega di Wine Spectator.

«Dicevamo, Jo?»

«Dei competitor, ma non credo che avrete problemi per i vini italiani, almeno non per ora. Piuttosto, lo sai chi è la new entry tra gli attori che da noi si divertono a giocare ai vigneron?»

«No, racconta…», incalzai Jo per non pensare che Paolo era seduto di fronte a me dopo tanti anni e, come se non bastasse, non riusciva a togliermi gli occhi di dosso.

«Sam Neill, hai presente? L’interprete di Jurassic Park, Lezio- ni di piano e Ore 10: calma piatta. Ha una tenuta – la Two Pad- docks – nella regione di Central Otago, nella parte meridionale della Nuova Zelanda, e adesso ha deciso di aumentare la produzione per incrementare la presenza del suo vino in California. Devo dire che il suo Pinot nero non è niente male».

«Anche da noi ci sono un po’ di attori che fanno vino, ma non sono presi molto in considerazione. L’ultima novità, piuttosto, è che il vino sta cercando di farsi trainare anche dall’alta moda. In Sicilia, per dirne una, hanno appena inventato la “wine mo- del”».

La serata andò avanti così: io che parlavo fitto con Jo oppure con Zoe e Giovanni, Paolo che ascoltava e cercava di fare in modo che io gli rivolgessi la parola, ma non sarebbe stato facile dissolvere il muro che mi ero costruita tutt’attorno per proteg- germi dalla tentazione del suo sguardo, delle sue labbra, del suo fisico perfetto, del suo gesticolare che disegnava lenti e ipnotici arabeschi e, soprattutto, per non lasciarmi incantare dal feeling che, dopo anni, proprio perché naturale, quasi scritto nel nostro Dna, era rimasto immutato.
Mi alzai per andare a rinfrescarmi un po’ nelle suntuose toilet- tes del Le Cirque. Quando uscii Paolo era fuori ad aspettarmi.

«Cosa c’è?», gli chiesi secca guardandolo dritto negli occhi. «Devo parlarti, Cleo».

«E di cosa? Vuoi raccontarmi come è stato il giorno del tuo matrimonio o il viaggio di nozze? Oppure vuoi chiedermi come sono stata dopo che in un battito d’ali hai deciso di cancellarmi dalla tua vita?»

«Non ho mai sposato Antonella».
Quelle parole arrivarono come un’alta marea a inondare e poi trascinare a fondo tutte le mie certezze.

«Cosa hai detto?», chiesi con un filo di voce.

«Non mi sono sposato. Ho fatto saltare la cerimonia un mese prima delle nozze».

Stavo dritta davanti a lui con le braccia abbandonate lungo i fianchi e le mani strette a pugno: i miei occhi erano diventati delle fessure e la testa continuava a scuotersi da destra a sinistra e da sinistra a destra. Il mio silenzio spinse Paolo a proseguire. «Beh, dopo quella sera all’ExSense ho iniziato a riflettere e alla fine ho capito che se mi costava così tanto rinunciare alla tua presenza nella mia vita probabilmente c’era qualcosa che non andava. Ma soprattutto, ho provato a guardare con lucidità il rapporto con Antonella e ho iniziato a vedere tutte le cose che, probabilmente, non avevo visto prima: il troppo lavoro mi lasciava poco tempo per percepire davvero come sarebbe potuta essere una vita con lei. Allora mi sono preso il tempo necessario e ho capito. Lei non colmava i vuoti della tua assenza».

Ero incredula. Avevo mille pensieri in testa e altrettante domande, ma l’unica cosa che mi uscì fu una risata ironica, mista di nervosismo e di un pizzico di sollievo. Poi dissi con rabbia: «E perché non me lo hai detto? Perché non mi sei venuto a cerca- re?».
Il volto di Paolo si fece scuro e nei suoi occhi scomparve quel- la luce speciale che li aveva illuminati fino a pochi minuti prima, per lasciare il posto all’amarezza e alla tristezza.

«Avrei voluto chiamarti mille volte, anche un secondo dopo aver detto ad Antonella che non potevo sposarla, ma non sono mai riuscito a farlo. Mi vergonavo troppo di quello che ti avevo detto, di quello che ti avevo chiesto di fare. Tu pensavi che noi due non contassimo niente per me e invece non era così, ma con il mio comportamento te lo avevo fatto credere. Con che coraggio tornare da te? Cercarti di nuovo? Ho sperato di incontrarti per caso, anzi, ho provato in tutti i modi a frequentare i posti dove sapevo che andavi sempre: un incontro casuale mi sembrava l’unica soluzione possibile per riallacciare il nostro rapporto, ma non è mai successo…».
«L’inettitudine degli uomini», pensai. «Vergogna, coraggio, sensi di colpa: quando ti devono lasciare non si fanno tanti scru- poli, mentre quando devono tornare da te, guarda caso, tutti questi pensieri affollano la loro mente e li lasciano lì annichiliti, inermi, senza la grinta, l’umiltà e l’energia per lottare e conqui- stare di nuovo quello che si sono lasciati sfuggire». Tutto d’un tratto vidi Paolo in tutta la sua fragilità.
«È l’amore che ti fa diventare uomo», pensai. Alle spalle di Paolo intravedevo Amadasi e la passione che metteva nei suoi racconti enologici per intrattenere gli ospiti al suo tavolo. «Ed è sempre l’amore che ti fa diventare vignaiolo», aggiunsi alla mia considerazione. Poi mi chiesi: «Davvero desidero un uomo che non riesce a trovare dentro di sé la forza per cercare di avermi?»

«Le tue sono tutte scuse – gli dissi – e comunque non ha im- portanza, ormai». Gli accarezzai il viso un istante e poi mi dires- si verso il nostro tavolo, senza aspettarlo.

«Cleo – mi richiamò lui – non voglio perderti di nuovo…».

Allora mi voltai e con il mio più bel sorriso gli risposi, cal- ma, certa di affondare una lama che non sarebbe più riuscito a togliersi: «Vuoi la verità? Il fatto è che non hai mai avuto il coraggio di avermi davvero e, pertanto, non puoi nemmeno per- dermi». Poi andai a riprendere il mio posto tra Zoe e Jo, pervasa da una strana sensazione di leggerezza. Dopo tanti anni la que- stione in sospeso che mi trascinavo con Paolo, quella sera si era risolta: ero riuscita finalmente a mettere ordine in quella marea di sensazioni ed emozioni che erano frutto più che altro di una cosa che non aveva mai potuto esprimersi al cento per cento e che, soprattutto, aveva idealizzato una persona e una possibile storia d’amore. Restava un unico problema: cosa ci avrei fatto, adesso, con il Ruinart Rosé?

Leggi il nuovo capitolo di Sex and the Wine il 26 gennaio 2018, ore 18.

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Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone e cose realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale e frutto della fantasia dell’autore.

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