ARPEPE e il Nebbiolo delle Alpi 

by domenica, gennaio 22, 2017

PAVIA, un mese e mezzo fa – «Dopo le feste andiamo a trovare M., che lavora da ARPEPE a Sondrio? Abbiamo fatto l’università insieme.»
«Benissimo, mettiti d’accordo e fammi sapere.»

SONDRIO, 21 gennaio 2017 – Alla fine M. non si è visto, ma grazie a lui io e il vignaiolo Alessio Brandolini – che i lettori di GeishaGourmet.com già conoscono – siamo saliti a visitare l’azienda-simbolo della rinascita del vino valtellinese, quel “Nebbiolo delle Alpi” che sta riscuotendo successi planetari.

Un tempo erano forse ottomila gli ettari vitati nell’alta valle dell’Adda, lembi di terra strappati alla roccia con i muretti a secco e una fatica sovrumana. Oggi ne è rimasto poco più di un decimo, ma resta eroico lo sforzo per coltivare la vite su questi terrazzamenti candidati a entrare nel Patrimonio UNESCO: ci vogliono fino a 1500 ore/uomo di lavoro all’anno per ettaro, in un continuo saliscendi tra dirupi che ti fan passare la voglia già a guardarli dal fondovalle. Eppure, se alzi la testa e aguzzi la vista verso gli ultimi pali lassù, dove la montagna grigia e rossa confina con il blu del cielo, vedrai sempre qualcuno al lavoro nella vigna. Anche stamattina, anche a cinque gradi sotto zero:

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All’arrivo ci accoglie Isabella Pelizzatti Perego, che alla morte del padre Arturo nel 2004 ha preso le redini dell’azienda con i fratelli Emanuele e Guido. Gentile e precisissima, ci racconta in sintesi la storia secolare e contrastata dell’impresa di famiglia, nata nel 1860. Poi c’illustra gli elementi distintivi del paesaggio valtellinese: le rocce sono ricche di ferro, che affiora spesso rendendole “rosse” e conferisce al nebbiolo di queste parti (la chiavennasca) un’inconfondibile mineralità. I tredici ettari di vigna, tutti di proprietà, sono sparsi tra il Grumello – proprio sopra la cantina -, la parte migliore della Sassella e la zona dell’Inferno. Ne escono, in totale, non più di 90.000 bottiglie nelle annate migliori; zero, nel terribile 2008.

Entriamo nella cantina “del Buon Consiglio”, letteralmente tutt’uno con la montagna, come dimostra l’immagine che segue:

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I tini tronco-conici e le grandi botti ovali sono prevalentemente in legno di castagno. «Perché non in rovere?» chiede qualcuno. «Perché il mio bisnonno, mio nonno e mio padre hanno sempre fatto così» risponde Isabella. In questo legno i vini ARPEPE sostano lunghissimamente, fra i giorni di macerazione – che talvolta superano i cento! – e gli anni di affinamento: scelte scandite dal “giusto tempo di attesa”, che per i Pelizzatti Perego è ben superiore ai minimi previsti dal disciplinare della DOCG Valtellina Superiore (ventiquattro mesi che diventano tre anni per le riserve). E lo vedremo spostandoci nella modernissima e scenografica sala di degustazione:

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Iniziamo con un assaggio in anteprima del Rosso di Valtellina DOC 2015, che definire “base” è davvero riduttivo per un vino dal colore tenue e allegro che, appena versato, profuma di frutti di bosco a mezzo metro di distanza e ti allieta la bocca con tannini netti, ma già ingentiliti. «Un’annata bella per quantità e qualità», commenta Isabella.

Segue il primo dei tre Valtellina Superiore DOCG in batteria: si tratta del Grumello Rocca De Piro 2011. «Le bucce erano molto sottili, dovemmo limitarci a soli quattro giorni di macerazione. Due anni di botte grande e due di affinamento in bottiglia per un risultato di grande soddisfazione: un’annata che ha messo d’accordo tutti». Naso delicato, bocca morbida, dall’impronta femminile.

Restiamo nel Grumello, ma con un salto all’indietro di quattro anni e un cambio di vigna. L’uva del Buon Consiglio 2007 fu vendemmiata all’inizio di ottobre, in anticipo rispetto al consueto; 43 giorni di macerazione e quattro anni nel castagno ci consegnano la complessità di sentori inconsueti – come una nota di agrumi – in un bicchiere elegante, persistente, setoso e nitido, con un confortante finale di liquirizia.

Il 2007 è stato grande anche per il pluripremiato Sassella Rocce Rosse, emblema di ARPEPE, che chiude in bellezza la nostra degustazione con la memorabile potenza minerale, «terrosa e ferrosa, quasi ematica». E alle parole di chi l’ha prodotto non è il caso di aggiungere altro, se non una domanda: «Ma dove sarà finito M.?».

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