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by venerdì, ottobre 15, 2010

Mandorle pestate, zucchero grezzo e acqua di rose: una ricetta del Quattrocento del celebre Maestro Martino, conservata nel Museo di Riva del Garda in un rarissimo manoscritto originale, ha dato vita al «suevo», un piccolo pasticcino ideato da Lorenzo Simoni, giovane cuoco di Soave. La presentazione del dolce è sabato 16 ottobre alle ore 10.30 nella sala riunioni della Biblioteca civica: intervengono – oltre all’amministrazione comunale di Riva del Garda – il sindaco di Soave Lino Gambaretto, per Slow Food Antonella Bampa (Condotta di Verona) e Barbara De Boni (Condotta della Vallagarina e dell’Alto Garda), e per il Consorzio di Tutela dei vini Soave e Recioto Aldo Lorenzoni. L’iniziativa è organizzata dal Comune e dalla Biblioteca civica, con il supporto della Strada del Vino e dei Sapori dal lago di Garda alle Dolomiti di Brenta e dell’Associazione Agraria di Riva del Garda.

Un appuntamento che si propone come l’occasione per aprire un dialogo sul recupero di antiche ricette e sulla riscoperta dei sapori, per scambiare idee sulle produzioni locali tipiche e per parlare delle nuove frontiere del turismo e della ricerca storica. Ed è questo che ci piace.  L’antica ricetta di partenza è quella del marzapane di Martino de’ Rossi (o Martino de Rubeis), noto con il nome di Maestro Martino, forse il più importante cuoco del XV secolo, al quale si deve la stesura del celebre «Libro de Arte Coquinaria», un caposaldo della letteratura gastronomica italiana. Del quale sopravvivono oggi solamente quattro copie manoscritte: oltre a quella custodita dal Museo di Riva del Garda, una è di proprietà di un privato, una è conservata nella Biblioteca Vaticana e l’ultima nella Biblioteca del Congresso di Washington.

Chi era Maestro Martino

Le notizie sulla sua vita sono poche e alcune si ricavano dai suoi stessi ricettari: la sua nascita è collocata agli inizi del XV secolo nel Canton Ticino, nella valle di Blenio; non si conosce la data di morte, avvenuta presumibilmente nell’ultimo ventennio del secolo. Si ritiene che il suo apprendistato da cuoco sia avvenuto nella cucina di qualche convento, ospizio della sua terra d’origine; successivamente Martino poté approfondire le sue conoscenze gastronomiche durante un soggiorno a Napoli. In seguito si trasferì a Udine, a Milano, presso Francesco Sforza, ed infine a Roma. Fu nelle cucine vaticane che Martino acquisì la fama e l’etichetta di cuoco provetto. Dagli anni Cinquanta del XV secolo fino al 1465 circa fu cuoco personale del cardinale Camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia. Proprio grazie a questo incarico Martino raggiunge, in quegli anni, la vetta più alta della sua produzione ed elaborazione culinaria. Al termine di questo periodo si trasferisce nuovamente a Milano, al servizio di Gian Giacomo Trivulzio, dove conclude la sua carriera.

L’opera

Il Libro de Arte Coquinaria racchiude tutta l’arte culinaria, la sapienza e l’estrosità di Maestro Martino. Le prime tracce di questa opera risalgono circa al 1456. Nel frontespizio si legge: «Composto per lo egregio Maestro Martino Coquo olim del Reverendissimo Monsignor Camorlengo et Patriarcha de Aquileia». L’opera diventò ben presto il testo di riferimento per tutti i cuochi a lui contemporanei e per i successivi. I piatti e le preparazioni di Martino si differenziano da quelli della cucina medievale tradizionale per un uso più moderato delle spezie che, in epoche precedenti, entravano in modo massiccio nelle preparazioni, seguendo il gusto dell’epoca. La loro presenza nei piatti sottolineava anche la magnificenza e la ricchezza del padrone di casa. L’opera è scritta in volgare e in uno stile chiaro, semplice e lineare, elementi che denotano l’intenzione dell’autore di volersi far comprendere da tutti; le ricette si susseguono in ordine di portata e a seconda della tipologia degli ingredienti in esse impiegati.

Il Libro de Arte Coquinaria

Rinnovando le ricette tradizionali, Martino mantiene i colori primari (l’uva per il rosso, le mandorle per il bianco, il prezzemolo per il verde, lo zafferano per il giallo); i colori compaiono anche nei nomi dei piatti e nei titoli delle ricette (ad esempio, «biancomangiare», «salsa verde», «peverata gialla»). Sui tempi di cottura fornisce indicazioni che oggi possono apparire bizzarre, come recitare il Pater Noster o il Miserere durante la cottura, ma in realtà si tratta di un ingegnoso ed efficace espediente per rispettare i tempi della cottura. Tra le innovazioni, celebre la paternità della polpetta, termine che per primo utilizza, in precedenza assente dai ricettari. A Maestro Martino si attribuisce anche il merito di aver trattato per primo e in maniera approfondita dei «vermicelli», oltre all’invenzione di nuovi arnesi da cucina e delle prime accortezze igieniche e sanitarie che si conoscano.

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